Bielsa amato e discusso, ai Mondiali non sfonda. E quella volta che Lotito lo bruciò…
La mistica di Bielsa. Per i suoi devoti definirlo allenatore non è soltanto riduttivo. È fuorviante. È considerato un guru. Un trascendente. Anche se il suo soprannome è molto terreno: el loco, il pazzo. Una figura leggendaria in grado di varcare dimensioni a noi sconosciute. Il problema, però, è che quando si manifesta nella dimensione terrestre, lui e le sue squadre non mostrano nulla di speciale. Anzi, spesso e volentieri perdono. Giocando persino maluccio. Ma la forza di Marcelo, argentino settantenne nato a Rosario, è la sua capacità di rendere superflui i numeri. L’ultimo suo fallimento è di questi giorni. Al Mondiale ha trascinato l’Uruguay al disastro. Ma lo ha fatto con la postura dell’hidalgo. Fiero. Hombre vertical. Aggiungiamo attore consumato. Guarda le partite seduto non in panchina ma sul frigo portatile a bordo campo. Ha fatto parlare di sé quasi solo per la posa assunta nella foto di rito. Sguardo basso invece di guardare in camera. Performance su cui giornalisti e fedeli hanno architettato ricostruzioni di ogni genere. Come se stessimo parlando di una protesta di Nelson Mandela.
Una gestione non gradita e la sostituzione di Valverde con la Spagna...
Il nodo, però, è che la sua Nazionale non è riuscita a battere né Arabia Saudita né Capo Verde. Ha perso con la Spagna ed è andato a casa. Ha raccolto la miseria di due punti in un girone oggettivamente scarso. È finito dietro Capo Verde. Non solo. La sua gestione al Mondiale è stata rincorsa da voci di ogni tipo. Calciatori pronti ad ammutinarsi. Non hanno gradito le metodologie di allenamento, considerate troppo dure. Né tantomeno il modo di stare in campo. Avrebbero preferito un blocco più basso con la possibilità di giocare in contropiede. Una bestemmia per Bielsa l’uomo che pare si arrampicasse sugli alberi per studiare i movimenti dei suoi calciatori. Così avrebbe scoperto e guidato la crescita di un certo Gabriel Batistuta. Fatto sta che nella partita decisiva, contro la Spagna, ha sostituito al minuto 57 Federico Valverde uno che tanti allenatori non toglierebbero dal campo nemmeno sotto tortura. Figurarsi in una partita decisiva. Ma Bielsa è di un’altra dimensione.
Tutto è cambiato dopo aver fatto fuori Cavani e Suarez
I suoi paladini sostengono che tutto è cambiato quando ha osato far fuori gli anziani Cavani e Suarez. Ha sfidato la gerarchia ed è stato travolto. C’è del vero. Fino ad allora, il clima e i risultati erano stati diversi. E aggiungiamo che tre dei quattro gol subiti sono stati provocati da clamorose incertezze di Muslera portiere che peraltro lui ha voluto come titolare nonostante le qualificazioni le avesse giocate Rochet.
Con l'Argentina fece addirittura peggio al Mondiale
Quello americano non è stato nemmeno il peggior Mondiale di Bielsa. Nel 2002, quando era alla guida della sua Argentina, fu buttato fuori ai gironi con una rosa decisamente più forte anche se in alcuni elementi un po’ vecchiotta: c’erano Batistuta e Crespo, Veron e Zanetti, Almeyda e il Cholo Simeone. Ovviamente non tutto di Bielsa è da buttare, sarebbe stupido pensarlo. È stato un allenatore profondamente innovativo, soprattutto nel pressing e nell’occupazione degli spazi. Ma è passato tanto, tanto tempo. Parliamo dei primi anni Novanta. Ha vinto tre campionati argentini e l’ultimo è stato nel 98 quasi trent’anni fa. Ha poi conquistato le Olimpiadi nel 2004 con un giovanissimo Tevez e quasi più niente. In Cile il suo mito resiste: nel 2010 è stato il primo ct a vincere due partite nella fase finale di un Mondiale. Poi, il lungo e lento declino. Dell’allenatore, non del personaggio. Dieci anni fa, firmò per la Lazio. Ma si dimise ancor prima di cominciare. Di lui l’innominabile Lotito disse: «El Loco ce tiene ai valori. Lo so io quali valori…» e strofinò indice e pollice.
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