Il talento logora chi non ce l’ha: il Mondiale dei top player

Tra sei giorni si chiude un’edizione che ha sottolineato l’incidenza dei top player. Mbappé, Messi, Kane, Dembelé, Haaland: ecco la differenza. La conferma: il giocatore arriva sempre prima del gioco
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Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

5 min

Pubblicato il 13.07.2026, 09:43

Mondiale 1994, stadio Foxborough di Boston. Siamo a soli due minuti dalle scalette del volo Alitalia che ci riporterà a casa dove saremo sommersi di fischi e pomodori. Agli ottavi di finale la Nigeria sta eliminando l’Italia di Sacchi, che nella convinzione di molti, a cominciare da Matarrese, avrebbe dovuto dare alla Nazionale un’identità, più precisamente un gioco. Invece non si è visto niente di tutto questo. Mancano due minuti al decollo, quando d’improvviso si sveglia Baggio, segna l’uno a uno facendo passare un pallone da calcio dove, fra tutti quei polpaccioni, faticherebbe a farsi largo una pallina da tennis. Poi su rigore fa il 2-1 e il volo per Malpensa parte senza di noi. Nella partita seguente Roby, insieme all’altro Baggio (Dino), elimina la Spagna. Subito dopo, da solo, con uno “schema” da rimessa laterale..., salta due difensori bulgari, segna il primo gol della semifinale e un po’ più tardi anche il secondo. In finale perdiamo col Brasile anche perché Baggio è in campo ma non gioca, con quel muscolo che brucia fino alle lacrime. 

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Una folla di fenomeni

Nel ‘94 tutti aspettavano il gioco di Sacchi e invece esplose il Mondiale di Baggio. È storia di trentadue anni fa, ma è storia anche di decenni prima ed è storia, anzi, cronaca, di oggi, di questo Mondiale, dove il gioco si può solo intravedere ogni tanto, mentre in tante partite si vede e si ammira il giocatore, il grande giocatore, il campione, il fenomeno. Ecco, se c’è una piacevole novità in questa edizione non è certo il formato XXL voluto da Infantino, ma la quantità di giocatori dall’immensa qualità. Si possono contare: Messi, Mbappé, Dembelé, Olise, Haaland, Kane, Bellingham, infine Lamine Yamal e anche chi è uscito prima dei quarti di finale come Vinicius, tutti loro hanno dato a questo torneo quanto c’era da aspettarsi e in molti casi anche qualcosa in più. Volendo è mancato solo il più anziano di questo gruppo, Cristiano Ronaldo. Gli altri hanno incantato e sono stati decisivi.

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La massima qualità

Quattro anni fa, in Qatar, dopo i quarti di finale (che equivalgono aritmeticamente agli ottavi di questa edizione), Mbappé e Messi avevano già fatto il loro dovere, ma senza toccare i livelli di adesso. Il francese aveva segnato cinque gol (due in meno rispetto al giorno dopo il Paraguay), l’argentino quattro (quattro in meno rispetto al post-Egitto) e nella parte alta della classifica dei cannonieri non c’era una folla così numerosa e così prestigiosa come sta accadendo in America. Dove si segna davvero tanto. Nei sedicesimi, negli ottavi e nei quarti (28 partite), solo Svizzera-Colombia (una delle gare più brutte del Mondiale) è finita 0-0 al 90’ e al 120’. Non si è visto un calcio illuminante, ma quella luce è arrivata dai grandi giocatori. Prendiamo l’Argentina. Ricorda sempre più quella dell’‘86, l’Argentina di Diego. Se toglievi il 10, il vecchio Capo del Calcio, cosa restava? Lo stesso si può dire adesso: se togli il 10, il nuovo Capo del Calcio, resta poco. E prendiamo anche Norvegia-Inghitlerra: senza il fantastico gol di Bellingham, sarebbe stato un quarto di finale piuttosto moscio. 

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Le scelte 

Il lavoro del ct è complicatissimo. Se in un club l’allenatore ha un po’ di tempo per migliorare i giocatori a sua disposizione, in nazionale no, il compito più importante sono le scelte. Dicono che Deschamps sia stato bravo a trovare l’equilibrio di squadra pur schierando quattro attaccanti, in realtà Didier schiera quattro fenomeni ben sapendo, peraltro, che alle loro spalle ci sono due centrocampisti formidabili da scegliere fra Rabiot, Koné e Tchouameni.

Se quei bleus non fossero tutti di questo livello, forse le scelte sarebbero differenti, o no? Tutto questo per dire quanto a noi sembra scontato da sempre: il giocatore arriva sempre prima del gioco, l’arte sempre prima della scienza, l’invenzione sempre prima del ragionamento. Il Mondiale 2026 è solo l’ultima conferma.