La Norvegia di Stale Solbakken cavalca l’onda Haaland: dalle paperelle di Erling alla storia di una morte durata otto minuti

L’onda lunga di una rivoluzione sociale: alle radici del boom  
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Giulia Mazzi e Chiara Zucchelli
Giulia Mazzi e Chiara Zucchelli

5 min

Pubblicato il 26.06.2026, 07:46

Il giorno in cui Alf-Inge Haaland venne al mondo la Norvegia era agli albori del suo boom economico. Sociale. Sportivo. Era il 1972: tre anni prima, intorno a Natale, era stato scoperto il colossale giacimento di Elofisk, destinato a cambiare la storia di quello che fino a quel momento era considerato, non proprio a torto, il paese più rurale della Scandinavia e di buona parte dell’Europa. Haaland - figlio - è l’erede più illustre dei ragazzi dell’oro nero, quel petrolio che ha reso la Norvegia uno dei Paesi più ricchi al mondo. La corona di Oslo e il governo hanno investito, e investono tuttora, tutti i ricavi del greggio nel Fondo Sovrano da cui ogni anno si può prelevare solo il 3%. Cosa c’entra questo con il calcio e lo sport? Facile.

Gli investimenti

Dall’inizio degli Anni 70 la Norvegia, con una rinnovata - e illimitata - disponibilità economica ha investito in un welfare di altissimo profilo in cui lo sport occupa una parte essenziale. Un esempio? A Bergen, dove gioca il Brann che il Bologna ha affrontato in Europa League, esattamente all’interno dello stadio della prima squadra (16mila posti, in erba, che qui è una rarità, tutto coperto, roba da far impallidire alcuni impianti di Serie A), c’è una scuola. Si studia e si fa sport. In egual misura. Lo stato paga tutto, compresa l’attrezzatura. Per le famiglie nessun costo o impegni: o si fa nell’orario scolastico oppure le strutture si occupano di ogni cosa, dai trasferimenti ai pasti. Così le ragazze e i ragazzi (ogni disciplina non ha distinzione di genere, ognuno ha le stesse possibilità e dal 1987 una legge vieta che ci siano classifiche fino ai 13 anni) può sognare di diventare Haaland. O Klaebo, il fondista che ha vinto 11 medaglie d’oro olimpiche.

Casa Haaland

Lui è di Oslo, la famiglia della stella della nazionale di calcio e del City affonda le sue radici a Stavange. I genitori di Erling sono nati lì, in tanti li conoscono (o almeno così millantano…) e accennano appena un sorriso quando si ricorda che, in realtà, l’attaccante e la sua fidanzata mossero i primi passi nel Bryne, distante 25 chilometri e rivale dei cittadini Viking. Haaland è in ogni angolo della Norvegia ma i diritti sul suo nome sono di ferro: la paperella souvenir con il codino e la maglietta rossa non si può permettere il cognome sulle spalle, le t-shirt non ufficiali possono solo stilizzarne l’immagine. Va meglio nei supermercati: a fronte di tutti i commessi con la divisa della nazionale, i giocatori sponsorizzano qualsiasi cosa. Bibite, latte, verdure, pesce, formaggi, compreso quel Brunost di cui hanno fatto incetta per il mese del Mondiale. È dolce, simile al caramello e di colore scuro: ne hanno portato 116 chili anche se, si sussurra, non tutti ne vanno matti.

Norvegia, un blocco compatto

Poco male, lo spogliatoio della Norvegia è un blocco di cemento, compatto intorno all’allenatore Solbakken la cui storia è diventata di nuovo virale dopo il bacio alla moglie in tribuna. In (estrema) sintesi: ha avuto un infarto in campo, è stato dichiarato morto per 8 minuti, si è ripreso, ha chiesto all’allora fidanzata di lasciarlo per cercarsi un altro uomo. Lei non si è allontanata di un centimetro. Anche Solbakken è uno dei figli del petrolio: quando è nato il Paese non aveva ancora scoperto i giacimenti, ma lui, come i suoi giocatori, ne ha beneficiato. Ed è grazie a quegli investimenti - ci sono oltre 12mila club basati sul volontariato, si fa sport anche durante il rigido inverno con migliaia di strutture al chiuso, ovviamente statali - che oggi, di fronte una delle nazionali storicamente più forti al mondo come la Francia, la Norvegia può presentarsi a testa alta. L’Italia, con i suoi quattro mondiali, lo sa molto bene. Purtroppo.