Il calcio e il Paese delle emozioni forti
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Il calcio e il Paese delle emozioni forti

Immaginate di essere un alieno atterrato da un lontano pianeta in Italia nella settimana che sta per concludersi, e di aver cercato nel calcio conforto allo spettacolo di una politica che insegue le imprese dopo averle fatte scappare. Immaginate di esservi presto accorti che il calcio e la politica non sono poi così diversi, avendo visto calciatori che si ammutinano, presidenti che li espongono alla pubblica gogna, allenatori che obbediscono dissentendo o che disobbediscono rovesciando il tavolo in conferenza stampa. Immaginate ancora di aver visto dirigenti che non sentono i buu o li sentono a scoppio ritardato, altri che vorrebbero scambiare la solidarietà ai calciatori perseguitati con una maglia in nazionale. E, ancora, ultrà che rivendicano il diritto di offesa razziale come espressione della loro libertà di pensiero.

Immaginate, dopo questi incontri ravvicinati così sorprendenti, di aver ascoltato ieri in tv Antonio Conte mentre spiegava a posteriori la sua sfuriata, seguita al tracollo di Dortmund. La parola che vi avrà più colpito del suo discorso è l’aggettivo “costruttivo”, associato alla sua radicale critica ai dirigenti nerazzurri. Tutto ciò che il tecnico dell’Inter aveva esternato a ruota libera davanti ai microfoni di Sky, con il volto contratto in una smorfia di rabbia, era da intendersi solo come un contributo a migliorarsi. Ma “costruttivo” era stato definito anche il ritiro imposto dal presidente Aurelio De Laurentiis, che ha scatenato nello spogliatoio azzurro una deflagrazione tale da far scricchiolare le mura del calcio Napoli e tenere per giorni un’intera città insonne davanti alla consolazione delle trasmissioni sportive.

Immaginate a questo punto di nutrire seri dubbi sui significati che in questo paese si associano alle parole. Magari vi chiederete se gli italiani arrivino a considerare “costruttivi” anche gli insulti e le minacce che hanno indotto il Viminale a proteggere con una scorta una superstite di Auschwitz. Se prima di atterrare dal vostro viaggio interstellare vi sarà capitato di passare sui cieli, non dico della Cina, ma anche solo della Germania o della Francia, vi persuaderete di essere nel punto più caldo del pianeta. Una patria delle emozioni forti, in cui non si conoscono né mediazioni né mezze misure. E per raccontarla ai vostri concittadini galattici, che vi hanno spedito fin qui, non vi resterà che cercare da un bagarino un biglietto in tribuna o in curva. Scoprirete che alcuni settori degli spalti sono stati chiusi in risposta alle offese razziste, ma il divieto vi apparirà presto per quello che è: una moina che serve a salvare la faccia, ma non vi impedirà di ritrovare, nel settore a fianco, gli insultatori di professione.

Quando finalmente avrete trovato una poltroncina libera nella vigilia di questa dodicesima giornata della Serie A, vi chiederete perché due partite come Inter-Verona o Napoli-Genoa possano fare tanto rumore. Scoprirete così che, in questo paese del pianeta Terra, da otto stagioni una squadra chiamata Juventus detta legge e, come si dice, non fa prigionieri. E proprio quest’anno, dopo tante delusioni e dopo un mercato estivo molto danaroso, si sperava che i primi della classe avrebbero finalmente trovato pane per i loro denti e che il titolo, chiamato dai terrestri scudetto, sarebbe tornato contendibile. La speranza ora rischia di voltarsi in illusione: i due tecnici rivali della Juve sono a mal partito. Uno lecca le ferite subite in Champions, l’altro inizia a sentire meno sicura la sua panchina. Con questo stato d’animo, perfino due partite facili possono diventare una pietra d’inciampo.

Immaginate allora di essere piombati da lassù nel momento più critico del Paese più critico che si conosca. E di avere perciò, alla fine di questa giornata, molte cose da raccontare. Ma non sapete ancora tutto: perché perfino le regole del gioco non hanno un unico significato. E allora vi toccherà probabilmente spiegare ai vostri compatrioti spaziali che da queste parti si può vincere o perdere, e comunque litigare, anche per un fallo di mano involontario.

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