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Challenge, una mossa coraggiosa. Ora si cambi il fallo di mano

Challenge, una mossa coraggiosa. Ora si cambi il fallo di mano
©  Bartoletti

La Figc apre al challenge, cioè alla chiamata del Var da parte delle squadre, accogliendo le sollecitazioni e le motivazioni del Corriere dello Sport-Stadio e chiedendo al board internazionale di avviare la sperimentazione in Italia dal prossimo campionato. Per intanto concorda con il designatore degli arbitri di intensificare l’uso della moviola nei casi controversi. Fa piacere, perché il calcio ne beneficerà.

Riconoscere alle squadre un potere di azione e di tutela in costanza di gioco significa consentire all’allenatore o al capitano, per un numero limitato di casi, di chiedere e ottenere che l’arbitro riveda le immagini e poi decida nel suo insindacabile giudizio. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, questa misura depotenzierebbe la retorica recriminatoria del dopo partita, che sta minando fortemente la credibilità del calcio italiano. Ma soprattutto rafforzerebbe il ruolo del direttore di gara, facendone il giudice di ultima istanza rispetto a tutti i protagonisti del gioco e sottraendolo alla subordinazione di un solo controllo esterno, vissuto dalla categoria arbitrale con evidente disagio. Chiamandolo a decidere su richieste di parte, in ragione del principio di lealtà sportiva a cui il direttore di gara è vincolato più di ogni altro, la sua autorevolezza ne uscirebbe rafforzata.

L’intervento del presidente federale Gravina va dritto al cuore di questa delicatissima transizione, nella quale il Var ha fatto ingresso nel calcio internazionale come un intruso in casa d’altri. Emarginato in Inghilterra, dove se ne fa un uso residuale, mal tollerato in Italia, dove una parte degli arbitri ne fa a meno tutte le volte che può. È accaduto di nuovo l’altra sera, durante Inter-Napoli. Perché Calvarese non va a rivedere le immagini del tocco di mano di De Vrij? La risposta è nell’assurdità della procedura che regola il rapporto tra il Var e l’arbitro in campo. La direttiva del board internazionale prescrive che il primo raccomandi al secondo una verifica sul monitor quando ravveda “un chiaro ed evidente errore” o “un grave episodio non visto”. Senonché il tocco dell’olandese non rientra in queste due categorie: perché probabilmente è considerato un episodio dubbio, che l’arbitro ha visto e quindi valutato. Il nostro esperto di moviola, Edmondo Pinna, l’ha definito uno di quei casi in cui il rapporto tra rigore e non rigore sta 49 a 51 per cento. L’arbitro che l’ha giudicato di primo acchito “non rigore” non ha nessun motivo di riconsiderare la sua decisione, se sa di non avere commesso “un chiaro ed evidente errore”. Anche se ha un dubbio, se lo fa passare.

Il ragionamento che sostiene la rinuncia al Var è il seguente: di fronte a un caso controverso, se pure l’arbitro rivedesse le immagini potrebbe confermare il suo giudizio, e nessuno potrebbe criticarlo per aver valutato 49 per cento l’ipotesi del rigore e 51 il suo contrario. Ma se di fronte al monitor il suo 49-51 diventasse 51-49? Perché nel dubbio non dovrebbe avvalersi della più ponderata valutazione che integra ciò che ha visto in campo con la verifica delle immagini? A che cosa serve in fondo la tecnologia, se non ad aumentare la raffinatezza del giudizio di fronte a un caso dubbio? Ecco perché la direttiva del board che regola il rapporto tra l’uomo e la macchina è, per come è formulata, quanto di più incongruo possa stabilirsi. E mostra, in controluce, tutta la paura dell’uomo per la macchina. Lo ha ben compreso Gravina, chiedendo agli arbitri, da oggi in poi, di “intensificare il ricorso al Var nei casi controversi”.

Ma il nostro lettore a questo punto si porrà una domanda molto più diretta: il tocco di mano di De Vrij era o non era rigore? E allora proviamo a rispondere, dimostrando che, agli errori di metodo del regolamento, si aggiungono altrettanti errori di merito. Secondo quanto recita l’articolo 12, è rigore quando le mani o le braccia “sono posizionate in modo innaturale, aumentando lo spazio occupato dal corpo”. È esattamente il caso del difensore nerazzurro: il suo braccio destro è staccato in modo innaturale e aumenta lo spazio del corpo, con la mano perfino protesa verso il pallone. E allora perché il rigore è stato negato?

Non ci assistono gli improbabili criteri interpretativi del disegnatore Rizzoli, e cioè le proporzioni dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, poiché sono stati concessi rigori per falli commessi con le mani assai più vicine al corpo di quanto non fossero quelle di De Vrij. E tuttavia gli arbitri sono convinti che quello dell’olandese non sia rigore, anche se non sanno spiegare perché.

Proviamo a farlo riferendoci all’elemento psicologico dell’azione, cioè l’atteggiamento mentale con cui il calciatore approccia al pallone. È quello che ci fa distinguere tra un tocco di mano volontario (punibile), un tocco di mano involontario ma accidentale (non punibile), e un tocco di mano involontario ma colposo (punibile). È proprio l’elemento della colpa, ancorché non espressa, la novità del nuovo regolamento. Essa non può desumersi dalle proporzioni geometriche dell’Uomo vitruviano, cioè dalla mera distanza del braccio dal corpo, né dai cosiddetti criteri dinamici che lo stesso Rizzoli fa fatica a spiegare se non riferendoli a casi specifici. Ci sono braccia larghe che non sono sanzionabili, perché naturali non rispetto al corpo, ma rispetto «all’intenzionalità del gesto atletico». La postura di De Vrij non è innaturale perché il difensore sta correndo, ed è normale che porti le braccia alternativamente lontano dal corpo per accompagnare il suo movimento di corsa. Diverso sarebbe se De Vrij avesse intercettato il pallone con quella postura da fermo: perché in tal caso il suo braccio aperto sarebbe innaturale rispetto all’intenzionalità della sua giocata senza palla, che non richiede di aprire le braccia.

Questo è il criterio non espresso, ma desumibile dall’esperienza arbitrale, che induce la maggioranza degli arbitri e lo stesso Rizzoli a considerare il tocco di De Vrij accidentale e non colposo. Se prima o poi qualcuno lo traducesse correttamente nel regolamento, anche i calciatori e i tecnici se ne farebbero una ragione. Il ragionamento qui fatto vuol essere una modesta proposta di correzione. Per l’Ifab e per Collina, che dalla sua autorevolezza molte cose all’Ifab può consigliare.

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