La pressione secondo Lautaro

La pressione secondo Lautaro© Inter via Getty Images
5 min
Ivan Zazzaroni
Il Milan ora lo tocca. Gli basta un punto a Reggio Emilia, casa Pioli dista solo una quarantina di chilometri dal Mapei Stadium, e il suo diciannovesimo scudetto è preso. Difficile immaginare che possa crollare proprio sul traguardo, dopo che nell’ultimo mese e mezzo ha fatto di tutto per mettersi nella condizione di strapparlo all’Inter; Inter che anche a Cagliari, ispirata dal miglior Lautaro di sempre, ha continuato ad alimentare il proprio miracolo. O la propria illusione.
 
Se permettete, mi soffermo sul Milan. Di Stefano Pioli abbiamo scritto e detto tanto. Di Zlatan Ibrahimovic anche troppo, forse. A Ivan Gazidis non ho risparmiato complimenti, dopo la freddezza iniziale. Paolo Maldini non aveva e non ha bisogno di altra gloria: gli basta e avanza quella conquistata da calciatore. Anche da dirigente è sorprendentemente abile. Un po’ di spazio lo riservo stravolentieri e giustamente al fornitore di idee, il cinquantatreenne Frederic Massara, l’uomo nell’ombra, il direttore sportivo di lingua francese arrivato al Milan, grazie a Boban e allo stesso Maldini, accompagnato da tanta diffidenza: era alla prima esperienza in solitario.
Massara è figlio legittimo di Walter Sabatini e come il “babbo” crede nelle idee, nei rapporti, nell’occhio lungo e nelle intuizioni: Theo Hernandez e Maignan, Tonali e Brahim Diaz, Bennacer e Krunic, Kalulu e Tomori, Giroud e Saelemaekers, Messias e Rebic, e Kjaer. Un’intera squadra di soluzioni brillanti e a costo accettabile per una società che ha fatto dei conti in equilibrio (sostenibilità) ma anche dell’equilibrio in senso assoluto, il punto di forza.
 
Sottolineare il lavoro del direttore sportivo nel 2022 significa restituire importanza a un mestiere che negli ultimi tempi ha perso potere e autonomia per colpa di presidenti che pensano di capirne di più, di saperla lunga. E vale come celebrazione del calcio ben fatto, quello più semplice e quindi più difficile da produrre.
 
Il Milan di Massara insegue un titolo doppiamente storico. Perché sarebbe il primo scudetto di un fondo. Quattro anni fa, l’11 luglio 2018, l’ingresso di Elliott fu annunciato più o meno così: «Il fondo d’investimento statunitense Elliott, con sede a New York, ha comunicato martedì sera che Project RedBlack, la società lussemburghese che controlla e che ha creato per finanziare il Milan, ha ottenuto la proprietà e quindi il controllo della società che fino a oggi ha detenuto la maggioranza del club, la Rossoneri Sport Investment Luxembourg dell’investitore cinese Yonghong Li. Il fondo Elliott è quindi a tutti gli effetti il nuovo proprietario del Milan. Il passaggio di proprietà è avvenuto in seguito al mancato  rimborso dei 32 milioni di euro anticipati da Elliott due settimane fa per un aumento di capitale».
 
Il primo di un fondo e il primo post-berlusconiano. Undici anni fa, quando si impose il Milan di Allegri, Berlusconi e Galliani erano ancora presidente e amministratore, artefici di un’epopea. Oggi Berlusconi e Galliani hanno scelto la periferia, Monza, ma puntano ancora al centro con un entusiasmo e risorse che andrebbero premiati.
 
PS. L’altro giorno sono andato a dormire con il sospetto di avere involontariamente accelerato la trattativa Dybala-Inter: dopo che il Corriere dello Sport ha scritto dell’interessamento della Roma l’abile Marotta - scuola Paratici o viceversa - si sarebbe fatto vivo con l’entourage della Joya anticipando che avrebbe formulato presto un’offerta. Della serie, il primo che arriva e lo convince porta a casa il Gioiello.
 
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