La Serie più B che A e il mercato degli altri

La Serie più B che A e il mercato degli altri
3 min
Alessandro Barbano

L’ultimo fuoco d’artificio è quello di Mané, arriva mentre brillano ancora i colpi di Gravenberch, Tchouaméni, Vitinha, Haaland, Nuñez, Perisic. Il calcio italiano li osserva con il desiderio e la frustrazione di chi guarda, dal suo piccolo balcone, lo spettacolo pirotecnico che si compie in una terra lontana, e di cui gli arriva solo il bagliore. Certo, ci si può ancora consolare con il ritorno del figliol prodigo Lukaku, con i contratti scaduti, e non rinnovati, di Pogba e Di Maria, e con qualche altra stella cadente spiaggiata dall’eccedenza dello star system inglese e francese. La nostra «Serie più B che A», come la definisce con spietato realismo Paolo Scaroni in un’intervista al Foglio, non potrebbe offrire di meglio. Gli stadi sono al palo, i diritti tv valgono briciole, gli arbitri fischiano da burocrati, lo spettacolo appare noioso. Il calcio italiano è in un sottoscala e, soprattutto, non pare avere né l’energia né le idee per risalire i gradini che lo separano dalle altre Leghe Top. Alle quali aspirano tutte le stelline straniere che pure da noi si mettono in mostra, da Leão ad Abraham, da Osimhen a Milinkovic. Ciascuno di loro, se potesse, andrebbe a giocare in Premier a piedi, traversando a nuoto la Manica.
Ti aspetteresti che, di fronte a questo tramonto, il calcio italiano facesse un esame di coscienza e poi cambiasse verso. Risanando i conti, riformando i campionati, facendo blocco per chiedere alla politica facilitazioni per investire, non sconti fiscali per riempirsi di stranieri. Invece nulla accade. La Nazionale ha appena messo in mostra, a dispetto della fantasia di Mancini, l’estrema fragilità del sistema. Ma tutte le condizioni che l’hanno prodotta sono lungi dall’essere affrontate. Anzi, il calcio italiano si trova di fronte alla guerra intestina più cruenta della sua recente storia. Federazione e Lega duellano a colpi di carte bollate sull’indice di liquidità e la prima, sconfitta nel perimetro della giustizia sportiva, adisce il Tar del Lazio. Al netto delle ragioni e dei torti, su cui è giusto attendere l’esito del giudizio, non si può non notare che la litigiosità è diventata la lingua e la grammatica di un’intera classe dirigente a cui sfugge, purtroppo, il pericolo di essere archiviata dall’irrilevanza. Alla vigilia di un campionato che s’interromperà a novembre per due mesi, e su cui si proietta lo stigma della seconda esclusione dal Mondiale, ciascuno ha il dovere di chiedersi se non copra, con il conflitto, la sua incapacità di progettare un futuro diverso per il calcio. 

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