Da Garbutt a Mou: l’evoluzione del Mister

Da Garbutt a Mou: l’evoluzione del Mister© BARTOLETTI
3 min
Roberto Beccantini
TagsGarbuttMourinho

Il campionato di calcio è il romanzo popolare del Paese. Lo attraversa, lo palpa. Lo unisce dividendolo, lo divide unendolo. Fa del cuore il senso di colpa e della pancia la colpa dei sensi. Il primo ebbe luogo, a Torino, l’8 maggio del 1898. Durò un giorno, coinvolse quattro squadre, si articolò su tre partite e venne vinto dal Genoa.

Per il sottoscritto, decideranno i giocatori. Per il fior fiore degli esperti, viceversa, gli allenatori, alla cui figura il professor Felice Accame, docente presso il settore tecnico di Coverciano, ha dedicato molta vita e molti libri, l’ultimo dei quali s’intitola «Il manuale di comunicazione per l’allenatore» (Sportivi edizioni).

E’ un saggio che, nell’intento di spiegare il mestiere, e i rapporti «asimmetrici» con l’interno e l’esterno del suo mondo, ricorre all’etologia, e a come, per esempio, reagiscono i topi se soli o in compagnia. Aiuta i giovani a forgiare le basi, e i grandi a rassodarle. Ne sono passate - di lavagne, di grafici e di conferenze - da quando i pionieri del Genoa si rivolgevano a William Garbutt, inglese visionario di Hazel Grove, chiamandolo «mister». Un appellativo che avrebbe bollato la categoria; e, per fortuna, scongiurato o ridotto il pericolo delle ripetizioni.

Curiose sono le righe riservate al mancinismo, scrigno di «estro e sregolatezza, fantasia e creatività». Da Omar Sivori a Mario Corso, da Alvaro Recoba a Paulo Dybala. Risorse e rischi per i sacri equilibri. Senza dimenticare i tuoni di Gigi Riva e i lampi di Diego Maradona, tesori e basta. Dal racconto di Accame emerge che le culture umane lo avevano «connesso a valorizzazioni negative». Nella Bibbia si legge che «la mente del sapiente si dirige a destra e quella dello stolto a sinistra». Per gli antichi romani, inoltre, «un volo di uccello proveniente da sinistra era da considerarsi come un cattivo auspicio». Per tacere del significato, non proprio idilliaco, che ha finito per assumere «sinistro». Ah, questi mancini (tranne Mancini).

L’autore contesta concetti a me cari (dal pallone metà scienza e metà arte alla religione degli «episodi»), difende la teoria dalla pratica, argomenti che hanno fissato le distanze tra Arrigo Sacchi e Massimiliano Allegri. Combatte l’enfasi, tollerata se non in modiche dosi, i pizzini, i pugni sul tavolo: arnesi di ambiguo spaccio.

Il peso nevralgico del carisma - che, al pari dell’amalgama del presidente Angelo Massimino, non si compra - scorta l’analisi. Oggi, l’allenatore guida due squadre: la sua (assistenti, preparatori atletici, tattici, osservatori, analisti) e l’esercito che va in campo. E dal momento che lo show-business ha invaso lo sport, schiavizzandolo, bisogna saper allenare anche, e soprattutto, i giornalisti. José Mourinho l’ha sempre detto: «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio». Accame l’ha sempre scritto: «Perché, alla fine, il giocatore ti guarda negli occhi e capisce immediatamente chi sei. E il tuo valore!».

Da sabato si ricomincia. La parola, nelle pulsioni letterarie delle fazioni, passa alla panchina. O alle panchine: votate.

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