Arbitri, Doveri esclusivo: "Distingueremo i falli dai contatti, ma i giocatori siano leali"

Il direttore di gara romano ci guida tra le novità del torneo che comincia domani: "L’indicazione è di non fischiare tutto, ma l’obiettivo di favorire il gioco all’inglese non dipende solo da noi. Il Challenge? Sarei curioso. Sì al tempo effettivo"
Arbitri, Doveri esclusivo: "Distingueremo i falli dai contatti, ma i giocatori siano leali"© ANSA
8 min
di Alessandro Barbano
TagsSerie A

Daniele Doveri la spiega così la novità dell’arbitraggio nel campionato che si apre: «Discernere di più il fallo dal contatto di gioco. E fischiare solo il primo». Romano, quarantaquattro anni, da tredici sui campi di serie A, è uno degli arbitri più influenti del calcio italiano. Non a caso è nel gruppo dei Video Match Officials, gli ufficiali di gara che svolgono la funzione di VAR per la FIFA. Se gli chiedi se giocheremo all’inglese, ti risponde che sì, è un auspicio, ma aggiunge: «Non dipende solo da noi».

Perché?
«Per numero di falli siamo allineati alla Champions e ci avviciniamo alla Premier. L’indicazione è quella di non sanzionare tutti i contatti di gioco, ma l’obiettivo di uniformarci al calcio inglese deve essere condiviso da tutte le componenti».

Si spieghi meglio.
«Io non entro in campo col proposito di fischiare poco o molto. Devo mettermi in connessione con la partita e con il modo in cui la interpretano i calciatori. Sono loro alla fine che decidono quanti falli devo fischiare».

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Però non tutti fischiate allo stesso modo. Lei, per esempio, passa per un arbitro che lascia giocare.
«Nelle statistiche sono proprio in mezzo al gruppo. Ma le statistiche non spiegano tutto. L’anno scorso ho arbitrato gare fischiando dodici falli, ma in Genoa-Udinese ho fermato il gioco quarantotto volte».

Quanto conta, al di là dei falli, il livello di tensione della gara?
«Certamente non poco. Se lascio giocare un contrasto duro, e mi ripeto in quello successivo, e poi la terza volta si spaccano una gamba, vuol dire che non sono sintonizzato con la partita. Se invece lascio andare qualche contatto vigoroso e percepisco che i calciatori accettano di confrontarsi fisicamente, ma in maniera leale, allora posso proseguire su quella strada. Il fatto è che nessuno ti dice che non spezzerà la gamba all’avversario, devi intuirlo da come gli atleti interpretano la gara, e anche da come si rialzano dopo essere caduti per terra. C’è un codice culturale che fa una strana microfisica del potere. È quella che decide quanto è possibile abbassare l’asticella del controllo. L’arbitro deve saperla leggere, ma non la impone solo lui. Se la tensione cresce, i colpi si fanno più duri, le proteste s’infiammano, tu devi smorzare i toni, perché il compito dell’arbitro è anche quello di proteggere l’incolumità dei calciatori».

D’accordo, ma non fischiate tutti allo stesso modo. Anzi lo fate in modo molto differente, facendo venire meno un requisito fondamentale: la prevedibilità. Che consente a chi gioca di sapere fino a dove può arrivare. Sui rigori, poi, le interpretazioni sono apparse troppo divergenti.
«Non ho questa visione. Credo che sui rigori ci fosse una linea condivisa. Tant’è vero che quando è stato fischiato qualche rigore leggero, se ne sono accorti tutti. Ma la regola era chiara».

Quindi quest’anno ne vedremo di meno? Nelle ultime tre stagioni siamo passati da 187 a 150, a 140. Si scende ancora?
«Sul numero non scommetto, perché non siamo noi a fare il gioco. Ma certamente cercheremo di avere ancora più discernimento tra ciò che è fallo e ciò che è contatto».

Rocchi ha annunciato una linea dura contro gli allenatori che protestano. Ma anche in campo ci sono precise strategie di condizionamento arbitrale, che passano per contestazioni e forme velate di intimidazione. Cambierete atteggiamento?
«Chi protesta in modo istintivo e misurato sarà compreso, come sempre. Perché la frustrazione fa parte della psicologia del gioco e impone tolleranza. Chi prova a farti pressione in modo sistematico va invece avvisato con il cartellino. Prima giallo. Ci sarà più attenzione a questi atteggiamenti, soprattuto sulle panchine. Ci sono allenatori che escono dall’area tecnica per dare disposizioni in campo e magari si agitano perché il climax della partita è alto. Li puoi comprendere. Ma chi si fa avanti per venti metri, con l’aria minacciosa di chi non ci sta, non può essere tollerato».

Cambia il fuorigioco sulle deviazioni, solo quelle intenzionali rimettono l’attaccante in regola. Vuol dire che torna centrale il concetto di volontarietà, dopo anni in cui era scomparso. Noi abbiamo spesso auspicato questo cambiamento, perché il calcio non è un gioco del caso. Condivide?
«Sì, la volontarietà deve cogliersi nell’intenzionalità della giocata come atteggiamento psicologico, ma anche in alcune condizioni oggettive. Se il pallone viaggia a velocità, è più difficile da controllare, e quindi è più difficile intendere la deviazione come volontaria. Lo stesso deve dirsi se il pallone sbuca quasi come un rimpallo tra un nugolo di giocatori. Sono parametri che ci aiutano a distinguere che cos’è intenzionale, ed esclude il fuorigioco, e che cosa invece è involontario. È importante anche il controllo del corpo. Il gesto disperato di un calciatore che scivola per interdire il pallone non è una giocata intenzionale».

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Anche sul fallo di mano siamo passati dalla volontarietà all’accidentalità, per poi tornare indietro. Si continua così?
«Come l’anno scorso. Sui tiri e sui cross vale la geometria del braccio: se è largo, è rigore. Ma nelle altre situazioni la dinamica avrà un peso più importante. Il braccio largo è meno rilevante se è coerente con l’intenzionalità della giocata, a patto di non esagerare. Per fare un esempio, nessuno può pensare di saltare su un calcio d’angolo allargando le braccia al cielo».

Rocchi ha detto che, nel rapporto con il Var, il decisore di ultima istanza è l’arbitro. Servirà a superare la rivalità che ha prodotto l’anno scorso uno scarico di responsabilità reciproco, con decisioni paradossali?
«In realtà, la responsabilità dell’arbitro non è stata mai messa in discussione. Se ho un rammarico, avendo arbitrato prima e dopo l’introduzione del Var, è che la tecnologia non sia arrivata prima».

Ma gli arbitri sentirebbero il challenge, cioè il Var a chiamata, come una diminutio?
«Noi applichiamo il regolamento. Il challenge è ormai una soluzione allo studio di FIFA e IFAB, sollecitata peraltro da molti. Quando ci sarà presentata, non avremo pregiudizi».

Lei è personalmente favorevole?
«Sono curioso di sperimentarla. E di verificare se servirà a ridurre le polemiche».

E forse anche a scoraggiare i cascatori d’area, a vantaggio di una maggiore lealtà sportiva, non crede?
«Per costoro dovrebbe bastare il Var».

D’accordo anche sull’introduzione del tempo effettivo?
«Sì, è il miglior modo per scongiurare l’ostruzionismo».

Ma perché gli arbitri non motivano le loro decisioni? Non sarebbe un segnale di trasparenza utile?
«Il fatto che io e lei parliamo anni fa sarebbe stato impensabile. Però andare in zona mista dopo la partita a spiegare le tue scelte è complicato. Soprattutto prima che il giudice sportivo abbia preso le sue decisioni. Dal mercoledì in poi, non avrei nessun problema a motivare una scelta e anche ad ammettere un errore in pubblico. A patto che chi ascolta non sia lì solo per attaccarmi».

Le donne sono un cambiamento epocale in un ambiente storicamente maschilista. Rischiano di pagare un deficit di esperienza?
«Le ragazze che sono arrivate quest’anno nel gruppo di serie A hanno la stessa esperienza che avevo io tredici anni fa. Non esiste il problema».

Ma il loro ingresso è uno specchietto per le allodole, o il primo passo verso una parità effettiva?
«La seconda che ha detto. In pochi anni deve contare solo il merito, non il genere».

Lei di anni ne ha quarantacinque. Quanta voglia ha ancora di calcio?
«Per fortuna l’anzianità non è più una barriera. E io ho ancora entusiasmo e birra nelle gambe. Non finisce qui».


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