Ranieri: “All’Inter mi rovinò Thiago Motta. Mourinho? Unico”

La sfida di San Siro con gli occhi e i ricordi del signore delle panchine: da Moratti a Mou, le emozioni di Roma e un rimpianto nerazzurro
Ranieri: “All’Inter mi rovinò Thiago Motta. Mourinho? Unico” © Getty Images
9 min
Ivan Zazzaroni 
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Quando Gianni Di Marzio parlava del suo Claudio l’ammirazione, la gratitudine e l’affetto prendevano forma, corpo, avevano ossa sangue respiro colore, e allora non potevi fare altro che star lì ad ascoltare. Gianni ti consegnava i contorni essenziali dell’amico e del professionista riempiendo il racconto di aneddoti e calore, senza separare mai vita e arte. Claudio era Claudio, uno a parte, ottimismo e volontà. "Manca a tutti" mi dice Ranieri "non siamo stati insieme soltanto cinque anni, ma sempre. E anche adesso che non c’è più lo sento vicino. Se mi commuovo non dipende certo dall’età". 
 
Claudio, i 70 li hai già fatti. Possiamo stare tranquilli.  

"E da più di dieci anni… (sorride). Non fare il furbo…".  
 
Quella battuta di Mourinho ha fatto storia. Era il 2010, tu allenavi la Roma e lui l’Inter. "Dovrebbe cambiare mentalità" ricordi le sue parole?

"Ma credo che ormai sia troppo vecchio per farlo".

Ti sei rifatto.  

"José ora è un grande amico. Fu molto carino quando il Leicester mi esonerò. Si presentò in conferenza stampa con la tuta che portava le iniziali CR. 'Ha scritto la storia più bella di sempre', disse. E aggiunse: 'Meriterebbe che lo stadio del Leicester diventasse il Claudio Ranieri Stadium'. Mi fece piacere. Tanto piacere"

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Nella versione romanista come lo trovi?

"Più riflessivo, consapevole, si cambia. E perfettamente aderente al progetto dei Friedkin. Lui gioca per vincere, la sua carriera è segnata da successi straordinari, tuttavia sa bene che in questa fase della Roma ci sono gli ostacoli, i limiti imposti dal Fair Play Finanziario... Mourinho è un galvanizzatore unico, inimitabile, l’Olimpico si riempie per lui, più che per la squadra. La Roma aveva bisogno di Mourinho e probabilmente Mourinho della Roma, di una tifoseria che si è data a lui senza riserve".  
 
Da mesi sei a casa ma risulti tra i più cercati dai club che inseguono il cambio della guida tecnica. Prima di andare al Brighton, De Zerbi mi confidò che senza il campo si sentiva un disadattato.  

"Io non mi sento un disadattato, anche se per trentacinque anni i tempi della mia giornata li ha scanditi il calcio, il lavoro. E non considero il periodo da calciatore. Quando non giochi o alleni ti vengono a mancare tante cose, riferimenti importanti, devi riempire i vuoti e non è sempre facile. Non ci sono gli allenamenti, i ritiri, i viaggi, le partite. Ad ogni modo vivo tutto con grande serenità e, anzi, mi godo la libertà di poter andare lunedì a Vittoria per ricevere un premio intitolato proprio a Di Marzio. La serata la presenterà Gianluca, suo figlio, e ci sarà anche Tucci, la moglie".  
 
L’amicizia, per te, è sempre stato un valore preziosissimo, l’hai costantemente coltivata.  

"Ti riferisci alle giornate insieme ai compagni di squadra di Catanzaro. Non ci siamo mai persi di vista. Siamo arrivati a tre generazioni che si ritrovano ogni anno per merito delle mogli che nel frattempo sono diventate amiche. Diciamo che io fungo da collante".  
 
Ti ritrovasti allenatore quasi per caso.  

"E per merito di Di Marzio. Fu lui a parlare di me col presidente della Vigor Lamezia, Interregionale. Colsi la palla al balzo, anche se avrei potuto continuare a giocare". 
 
Claudio, ho ancora negli occhi il tuo stupore quando l’Olimpico ti tributò un lungo applauso durante Roma-Leicester di Conference League.  

"Ero seduto di fianco a Candela, Totti un paio di posti più in là. A un certo punto Vincent mi diede una gomitata e indicò il tabellone che mi stava inquadrando. Quando partì l’applauso di entrambe le tifoserie rimasi sorpreso e spiazzato, io sono timido, riservato. Fu mia moglie a suggerirmi di alzarmi in piedi per ringraziare i sessantamila. Un’emozione fortissima che mi porto dentro, uno dei ricordi più belli".  
 
Avrai ripensato tante volte all’impresa di Leicester.  

"Vi contribuirono tanti fattori. A partire dal presidente che mi consegnò la squadra quando era ancora in ritiro, all’improvviso aveva mandato via l’allenatore. Il Leicester era salito la stagione precedente in Premier e in seguito si era salvato all’ultima giornata. Cambiai alcune cose, gradualmente ma radicalmente. I terzini, innanzitutto, poi intervenni su Simpson e Fuchs. Decisi di trovare posto al giovane Kanté, un motorino inesauribile. Prima lo provai all’ala sinistra, quindi lo misi centrale di centrocampo e insieme a Drinkwater formò una coppia sensazionale. Quei ragazzi stavano bene insieme, si aiutavano. Se Mahrez si accentrava, Okazaki andava a coprire il suo lato. Nelle prime settimane spiegai alla squadra che non bisognava mollare mai, recepirono in fretta il messaggio. Riuscirono a trasformare tanti 0-2 in pareggi o in vittorie. La storia delle pizze offerte quando non prendevamo gol è nota. Trovai una pizzeria che dopo le prime settimane decuplicò le entrate. Se non ricordo male quell’anno perdemmo solo tre volte, due con l’Arsenal e una col Liverpool".  
 
Confermo: 5-2 e 2-1 dall’Arsenal e 1-0 dal Liverpool.  

"Ho la memoria di un ragazzino, ma certe cose non si dimenticano. Anche in Spagna ho vinto, ma tu eviti di rammentarlo…". Ride.  

Le radici sono romane.  

"Le radici, il cuore, i sensi. La Roma era la squadra per la quale tifavo da bambino, l’ho frequentata da giocatore e da avversario, e l’ho allenata".  
  
Anche l’Inter hai allenato.  

"L’Inter di Moratti". 

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Al posto di Gasperini che per mesi non ci perdonò: pensava che ti avessimo sponsorizzato alla Domenica Sportiva, della quale - ricordi? - eravamo tra gli opinionisti.

"Questa mi era sfuggita. Partimmo bene bene bene. Le cose cambiarono quando a gennaio Thiago Motta decise di andare al Psg. Eravamo d’accordo che sarebbe partito a fine stagione, ma lui cambiò idea e fece pressione sul presidente che lo accontentò. Senza Thiago saltarono gli equilibri in campo, come un orologio nel quale si inceppa un singolo elemento e l’intero meccanismo ne risente".  
 
Può bastare un solo giocatore per rovinare un progetto?  

"Càpita, certo. Ci sono giocatori che hanno la funzione di equilibratori, fanno girare la squadra, la prendono per mano. Al Monaco, in B, trovai Mounir Obbadi, che in seguito passò al Verona. Con lui a centrocampo trovammo la quadra e la promozione".  
 
Vedi molto calcio?  

"Mi aggiorno".  
 
Costruirai dal basso, quando tornerai al lavoro?  

"La costruzione dal basso io la odio. È vero che se trovi tre, quattro passaggi fatti bene annulli la pressione alta degli avversari e si apre una voragine nella loro difesa. Ma per ottenere quella precisione di battuta servono giocatori con caratteristiche speciali e non tutti se li possono permettere. Io ammiro il Liverpool di Klopp che cerca abitualmente la profondità, non sta lì a fare ottocento passaggi orizzontali o all’indietro. Sarà perché da ragazzo ho giocato a basket, ho fatto mia la propensione ad arrivare in fretta nell’area avversaria. Nel ’97, al Valencia, tutti mi parlavano, esaltandolo, del possesso di Real e Barcellona e io puntai sulla rapidità e sul verticale. Non capisco chi palleggia a lungo, subisce il gol e solo quando è sotto verticalizza. Ma fatelo dall’inizio, dico io".  
 
Sei convinto che il Napoli possa arrivare allo scudetto?  

"Credo che possa mettere a frutto l’esperienza negativa dell’ultima stagione quando lo buttò via in casa con squadre di minore qualità. Kvara è un giocatore strepitoso".  
 
Ai più vecchi ricorda Gigi Meroni.  

"Che le stesse cose le faceva a destra con i calzettoni abbassati. Il ragazzo ha uno strappo sensazionale e una consapevolezza dei propri mezzi tale da consentirgli giocate rischiose ma efficaci".  
 
E Raspadori?  

"Mi piace da morire. Un attaccante modernissimo, lega il gioco, parte da dietro, entra dentro l’area con i tempi giusti, ha il gol. Ho letto che per la moglie di Paolo Rossi somiglia a Pablito. La capisco. Io li trovo assai diversi. Se mi chiedi di azzardare un paragone, tecnico e tattico, ti dico che, pur se con caratteristiche fisiche differenti, Raspadori ha qualcosa di Thomas Müller".  


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