Rocchi esclusivo: “La linea del Var l’ho sbagliata, ora sono dentro un incubo. Marotta? Mai sentito”

Oltre 4 mesi da “mostro”, poi la richiesta di archiviazione  L’ex designatore ha scelto il nostro giornale per sfogarsi 
Ivan Zazzaroni

Pubblicato il 01.09.2026, 07:29

Centoventinove giorni oggi. Quasi quattro mesi e mezzo e non è ancora finita. Non del tutto almeno. Mancano la ratifica del gip alla richiesta dei pm di archiviazione dell’inchiesta di Milano e la chiusura dell’indagine sulle “bussate” trasferita a Monza, il foro competente. Centoventinove giorni e uno shock iniziale ma prolungato nel tempo, e tormenti, accuse infondate, interrogatori, sospetti, cattiverie. E paura, notti insonni, tradimenti, congiure ipotizzate, ambizioni frustrate, vergogne diffuse, idiozie e farabuttismo social. Ma anche amicizia e vicinanza. E protagonisti, tanti, più o meno involontari. In disordine: Gervasoni, Paterna, Nasca, Di Vuolo, Schenone, Butti, Zappi, Tommasi, Pinzani, Doveri, Colombo, Rocca, Abbattista, De Meo, Orsato, Viglione, Marotta. Salvo poche eccezioni, una squadra da retrocessione dell’anima, come l’avrebbe definita Mario Sconcerti. Infine Ascione e Ielo, i magistrati («che ringrazio»). I centoventinove giorni di Gianluca Rocchi, cinquantatré anni, trentasei da arbitro tra campo e ruoli dirigenziali. Rocchi da designatore a vittima fors’anche designata: era il candidato più credibile, quasi naturale, alla presidenza dell’Aia, ma la cosa non piaceva a tutti. Era un arbitro «e lo sono ancora, lo sarò sempre».

Il venticinque aprile scopri di essere indagato per concorso in frode sportiva, si parla di presunti favori e alterazioni nelle designazioni.

«Mi è esplosa una bomba nella vita... (si interrompe, riprende dopo cinque secondi)... perché?».

Perché cosa?

«Me lo sarò ripetuto cinquanta volta. Perché a me?, cosa ho combinato? Da impazzire, credimi, Ivan, e le cose sono via via peggiorate. Ho letto e ascoltato di tutto. Ero il mostro. Ma mostro perché? Ho fatto pensieri d’ogni tipo. Chi mi vuole così male? Ho però trovato anche tanta gente amica, c’è chi ha provato a rassicurarmi: a volte sono segnali, mi è stato detto, segnali di un cambiamento e devono essere colti».

Non poteva bastarti.

«Come avrebbe potuto? Mi sono ritrovato con la vita stravolta, con spiegazioni da dare ai figli, mio padre e mia madre hanno avuto solo parole di sostegno. Una bolla, ecco, ogni tanto mi osservo da fuori e mi auguro di svegliarmi da un incubo. Nell’incubo senti che hai smarrito il codice della vita, che hai demolito il nucleo della sicurezza, che stai precipitando... Ho scelto una vita e un ruolo che sono basati su valori quali l’onestà, la rettitudine, all’improvviso mi hanno trasformato in un mezzo delinquente. E poi quell’enorme vuoto da riempire».

Quale vuoto?

«Quando passi da impegni h24, perché il designatore non stacca mai, al nulla cosmico. Quello che avevo rincorso per anni, un po’ di tempo libero per stare con i miei figli e occuparmi di me stesso, diventa improvvisamente un disagio, un inferno e la mattina vorresti non svegliarti per non dover inseguire qualcosa da fare. Così ogni giorno, per mesi».

Fosti tu ad autosospenderti.

«Non avrei potuto fare diversamente, rispettando i miei princìpi. Avevo delle responsabilità nei confronti dei ragazzi (gli arbitri, nda). Volevo che finissero la stagione in condizioni accettabili, senza pressioni supplementari».