Immobile ritrova la Lazio: Ciro torna dove è stato felice per otto anni
I suoi amici giocano e il ragazzo corre avanti e indietro lungo la linea del campo. Non è fuori e non è dentro, ma ha una bandierina in mano. Ogni tanto la agita in aria perché così gli hanno detto di fare anche se si sente come uno di quei palloni che vanno a vento, senza direzione, traiettoria, indirizzi certi. La storia del calcio italiano, proprio come quella della letteratura, è piena di errori, ingiustizie e mancate intuizioni. Ma se Ciro Immobile ha segnato più di trecento gol in un quarto di secolo e sul telefono di Emanuele Trevi, vincitore del premio Strega, brilla da anni il suo volto, a Salerno, dove l’adolescente Immobile era relegato ad assistente dell’arbitro nel campionato Giovanissimi, qualcuno non aveva saputo leggere una bella storia. Per invecchiare senza maturità, suggerisce Guccini, servono scienza e costanza. Immobile ha applicato entrambe alla sua vicenda personale, trottando fin da giovane tra un panino sulla Circumvesuviana e un allenamento con il solo obiettivo di giocare in Serie A.
Immobile e la 'malattia' della Lazio
A guardare alle fredde statistiche ci riesce un calciatore su trentamila e non uno su mille come cantavano Morandi, Tozzi e Ruggeri nel video introvabile di una famosa canzone, con il portiere Bordon a sudare sul campo in terra della Sanremese. Ivano aveva trentasei anni, la stessa età che Immobile festeggerà a febbraio prima di un’altra celebrazione prevista in un luogo che conosce bene, nel tardo meriggio di una domenica autunnale, con le feste alle porte e i doni sotto l’albero. Per i tifosi della Lazio, Ciro ha interpretato tutti i ruoli. Il regalo di un gol, Babbo Natale che lo consegna, la slitta in cui stiparli fino ad accumularli e a confonderli nella memoria. Quella volta al derby? Quell’altra contro il Napoli? Quante volte ci siamo alzati? Quante volte abbiamo urlato il suo nome? Come da etimologia, Ciro era il signore, il padrone delle nostre emozioni, il custode di una torcia che era passata di mano in mano: Giorgione, Fiorini, Signori, Casiraghi, Klose, Di Canio, eccetera, eccetera, eccetera. La Lazialità, sosteneva Chinaglia, è come una dolce malattia. Ciro si è ammalato di Lazio senza mai pensare di curarsi. Lo acclamavano, lo cercavano, lo invocavano. Non è questo che si cerca, in fondo? Non si muore un po’ per poter vivere?
Il lungo cammino di Ciro
Il pallone, i sogni, i sacrifici, le nuvole lassù. Mentre i suoi amici di infanzia si perdevano e ogni tanto finivano in galera, Ciro sperimentava la prigionia del professionismo. Allenamenti, ritiri, esilii forzati, convitti. Una volta sua madre andò a trovarlo a Torino, a 905 chilometri da casa. Vide la camerata comune, il tavolone in cui mangiavano i ragazzi del vivaio, il vapore che usciva dalla bocca nell’inverno piemontese e le si strinse il cuore. «Ti riporto a casa con me» disse e poi cercò l’uscita. Si voltò e Ciro era rimasto sulla stessa mattonella. Restava nel suo destino. Restava a faticare. C’era un sogno all’orizzonte e i sogni pretendono impegno e programmazione. Sono senza fatica soltanto nelle favole. Quella di Immobile lo è stata anche quando il protagonista è caduto da cavallo. Disarcionato in Spagna, disarcionato in Germania dove i nostri esuli avevano avuto il poster di Causio alle pareti come nei film di Verdone e Ciro l’emigrante, una domenica, si mise a tagliare il prato di casa. In Italia gli avrebbero chiesto una foto, a Unna, in Renania il vicino chiamò la Polizia. Ciro chiese scusa e poi rifece la valigia perché la vita è un ritmo, una marea, un continuo battere e levare.
Il ritorno a 'casa' con il Bologna
Domani Ciro torna dove è stato felice. Si è scelto una città in cui sanno come trattare i campioni considerati erroneamente a fine corsa e un perfetto tempismo per rientrare dall’ultimo infortunio. Lo saluteranno e gli dedicheranno cori anche quelli che, nell’ultima stagione, mugugnavano a ogni pallone non trasformato in oro perché come scriveva Saba la festa dello Zenit «intorno al vincitore stanno, al suo collo si gettano i fratelli» non sempre si intona col Nadir. Si sale, si scende e la gratitudine è sempre il sentimento del giorno prima. Sono passati buoni buoni un paio d’anni e di stagioni ed è il momento di dimenticare le avventure senza sentimento per ricordarne uno vero. «Le frasi dell’amore sempre uguali, le stesse ormai per tutti, questa stanza si è annoiata» canta Paolo Conte. A Roma andrà diversamente perché quando Ciro si involava il cuore batteva veramente. Ciro era partito a piedi nudi da casa sua, in Via Castello e lentamente, scarpe grosse e cervello fino, era diventato re del proprio. Silvio Baldini lo vide esultare a Viareggio lo capì in un istante. Incrociò suo padre, dopo la partita, e ne rasserenò presente e futuro: «Le dico una cosa, se la segni, suo figlio arriverà in Nazionale». Era vero, più della curva vuota, in Moldavia, davanti alla quale Immobile con la maglia azzurra dell’Under 18 esultò in uno scorcio tratto da Ionesco, più dei giudizi sommari che in quel suo mulinare tra i difensori facevano storcere il naso agli esteti e li bocciavano in lungimiranza: «Non diventerà mai un campione», più di ogni ragionevole dubbio. Il tempo non lo puoi fermare, ma puoi cercare di ricordare. Fa stare meglio, fa sentire in famiglia. Ciro è al centro della foto. Sorride, come sempre. Ha sempre pensato fosse meglio che piangere.
