Pagina 2 | La Champions nelle mani del Como di Fabregas: sarà l’arbitro del rush finale
Il calcio italiano ristagna
Anche gli scettici e i recalcitranti devono fare i conti con un dato di fatto: il nostro calcio ristagna. Ha perso leadership non soltanto all’estero, ma anche in ambito nazionale. E poiché, quantomeno dal secondo dopoguerra, esso è l’autobiografia della nazione, non si può non prendere il Como 1907 come un sintomo. Quel sintomo parla di un capitalismo italiano sempre più asfittico. Rattrappito al punto da non riuscire più a fare del suo national pastime uno strumento di egemonia culturale e di scambio politico. Ritirarsi dal calcio è stato, per i nostri (ex) capitani d’industria, il sintomo più potente di una provincializzazione senza ritorno. Rappresentata al massimo grado dal proliferare di proprietà straniere, in ampia parte anonime e/o improbabili. Che lo vogliamo aggiungere un altro misurino di candeggina?
Como, un sintomo
In questo senso, il Como è l’espressione netta di quel sintomo: una società provinciale che viene assunta come volano per un’operazione di sviluppo territoriale orientata dall’esterno - un tema, quest’ultimo, che meriterebbe ben altre e più severe analisi - ma che soprattutto sfida la struttura nobiliare consolidata del pallone nazionale. Sta succedendo e ancora non abbiamo capito a cosa porterà, né se dobbiamo farcelo piacere. Di sicuro, è un macigno scaraventato nello stagno del calcio nazionale.
Se poi i ragazzi di Cesc Fabregas approderanno anche in Champions League, saranno in molti a dover rifa re da capo i conti con la realtà. O guardarla in faccia, che sarebbe anche meglio.