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Chiesa esclusivo: "Ripartiamo, io non ho paura"

È il giocatore-copertina. Lo cercano Juve e Inter. Lui coltiva una sola idea di futuro: completare la stagione

Chiesa esclusivo: "Ripartiamo, io non ho paura"
© ANSA

Questa esclusiva la dobbiamo ad Alessandro Rialti. Al suo amore sconsiderato per la Fiorentina, al suo fiuto per la notizia, alla sua tenacia, al suo essere al tempo stesso fisicamente distante e mentalmente presente, lui così diverso dagli altri, unico, in tutti i sensi enorme. Giuseppe Barone gliel’aveva promessa - «la prima intervista a Federico la farai tu» -, a un mese dalla morte di Ciccio ha mantenuto la parola.

Rimettere Chiesa al centro del villaggio fiorentino non è semplice, ma neppure complicato. Federico è addirittura più riservato del padre, fuori dal campo difende meglio che in campo, un’impresa riuscire a demolire la sua maginot. Ma bisogna provarci.

Nell’ultimo anno e mezzo si è parlato più di lui che della Fiorentina, più del suo futuro che del presente di una squadra costruita forzatamente in fretta e perciò irrisolta come questa drammatica, indimenticabile (purtroppo) stagione. Da troppi mesi la prima domanda che viene posta a Commisso, Barone e Pradè non è «lei come sta?», ma «Federico resta?». Solo di recente il presidente ha aperto alla cessione, pur se con due precise riserve: «Deve prima dirci che vuole andarsene, a tutt’oggi non l’ha ancora fatto, e poi l’offerta deve corrispondere alla valutazione economica che diamo noi al giocatore».

Comincio a parlare con Chiesa e in automatico si ripresentano le parole che Francesca Bandinelli, la vice di Ciccio, pronunciò quando mi diede una notizia che già sapevo, purtroppo: «E adesso come faccio da sola, senza lui? Mi sento terribilmente vuota». «Con questa intervista vorrei trasmettere un segnale positivo a tutte le persone che in questo momento soffrono, sono angosciate e non riescono a immaginare un domani» mi dice Federico e riconosco immediatamente il realismo e la cifra del padre. «Il mio è un messaggio di fiducia. Siamo assistiti da medici bravissimi, sono gli eroi del momento, stanno facendo un lavoro straordinario e vorrei davvero ringraziarli. Non dobbiamo avere paura. Io non ne ho, ho soltanto voglia di tornare in fretta al calcio, alle partite, al campionato. Dobbiamo chiudere una stagione, noi in particolare abbiamo il dovere di raggiungere la salvezza».

La Fiorentina è una delle società più colpite dal virus. Due giorni fa si sono registrate altre sei positività.

«La squadra è consapevole del momento, ma ha grande fiducia nello staff medico, sa di essere seguita con tutte le attenzioni e vuole riprendere a lavorare. Sento spesso il dottor Pengue, una mente brillantissima. Lui ci rassicura. La notizia delle nuove positività non ci ha turbati».

Parole che riempiono il cuore, Federico.

«Non sono mai stato fermo per due mesi e la cosa mi pesa. Anche se ho lavorato parecchio, siamo professionisti. Ci siamo allenati costantemente seguendo il protocollo che trasmetteva ogni giorno Iachini».

Il suo arrivo ti ha restituito il sorriso. Solo una mia impressione?

«Venivo da mesi difficili, non avevo svolto la preparazione che serve al mio fisico. Due settimane dopo la fine dell’Europeo Under 21 ero già in America con la squadra. Quando è arrivato Iachini stavo recuperando dall’infortunio alla caviglia e invece di partire per le Maldive, dove avevo programmato una breve vacanza, ho svolto una preparazione personalizzata, le indicazioni me le dava il suo staff . Quindici giorni che mi hanno rimesso in condizione, il sorriso è tornato di conseguenza».  [...]

Parliamo del tuo futuro. Commisso l’ha fatto e ha posto due condizioni.

«Con il presidente, con Giuseppe Barone e Pradè nell’ultimo anno abbiamo parlato tantissimo, il presente è l’unico tempo sul quale sono concentrato. Io penso al lavoro di tutti i giorni, agli obiettivi immediati, il principale è la salvezza. Speriamo di tornare tutti a giocare, il resto verrà».

Quindi se telefonano Juve e Inter trovano occupato?

«Il mio obiettivo è il miglioramento generale, non solo quello tecnico, devo completarmi e sono il primo a rendermene conto. Sousa, che mi ha lanciato, ma anche Pioli, mi ripetevano spesso che il calcio si gioca prima di tutto con la testa. Io, per indole, sono portato a non amministrare le energie, ho una generosità che tante volte compromette la prestazione, talvolta manco di lucidità sotto porta. Devo migliorare e migliorare e ancora migliorare, trovare con più regolarità il gol, se voglio avvicinare mio padre che in Serie A ne ha segnati 138».

Leggi l'intervista completa sull'edizione del Corriere dello Sport-Stadio oggi in edicola

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