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Intervista a Ivan Ramiro Cordoba: «Mourinho all'Inter? Meglio continuare con Mancini. Calciopoli, una vergogna!»

Intervista a Ivan Ramiro Cordoba: «Mourinho all'Inter? Meglio continuare con Mancini. Calciopoli, una vergogna!»

L'ex difensore nerazzurro, che ha da poco pubblicato l'autobiografia "Combattere da uomo", edito da Mondadori, ha ripercorso la propria carriera dagli esordi fino al Triplete: «Vi spiego perchè Moratti è considerato da tutti come un padre. I cinesi? Serve una proprietà vicina alla squadra. Calciopoli una pagina oscura, vietato scordarla. Balotelli, talento sprecato. Il migliore? E' stato Ronaldo, il fenomeno»

 Simone Zizzari

venerdì 6 maggio 2016 19:40

MILANO - Chi lo avrebbe mai detto che la carriera di Ivan Ramiro Cordoba sarebbe stata decisa da una pallina bianca? Eppure è andata proprio così. Era ancora molto giovane il ragazzo colombiano che sarebbe diventato bandiera dell'Inter di Moratti. Lui e il fratello erano davanti ad un'urna per pescare una pallina che avrebbe deciso la loro professione futura: bianca voleva dire "esentato dal servizio militare", nera "arruolabile". Ivan riuscì a dribblare l'ostacolo, il fratello no. Andò a finire che il Cordoba più piccolo divenne una stella del calcio mondiale e l'idolo dell'Inter del Triplete, il fratello - anche lui giovane promessa - si consolò diventando uno stimato architetto. La storia del guerriero sudamericano nerazzurro è adesso accessibile a tutti grazie a Mondadori che ha pubblicato la sua biografia "Combattere da uomo", 173 pagine nelle quali viene fuori il Cordoba uomo e giocatore, il difensore che per dodici anni è stato un baluardo della retroguardia interista. Dagli esordi a cinque anni per la squadra di Santuario, il passaggio a Rionegro con la trasformazione da attaccante a difensore. Poi l'Atletico Nacional de Medellin e la maglia numero 2 in nazionale, quella che fu di Andres Escobar (la bandiera colombiana uccisa dalla malavita per un'autorete). Poi il passaggio in Argentina al San Lorenzo e la delusione dei Mondiali in Francia nel 1998 vissuti in panchina. «Poi arrivò l'Inter il 27 dicembre del 1999». E tutto cambiò. 

«La preferii al Real Madrid», scrive Cordoba sulla sua biografia. «A condizionare la mia scelta fu la possibilità di giocare accanto a campioni come Ronaldo, Bobo Vieri, Roberto Baggio, Javier Zanetti, Ivan Zamorano, Recoba, Laurent Blanc». Eppure l'esordio non fu dei più incoraggianti. «Atterrai a Malpensa assieme a mia moglie incinta e non ci fu nessuno ad attendermi. Per un disguido l'Inter non fece arrivare nessuna macchina. Era inverno, faceva un freddo pazzesco come mai provai in vita mia. C'era anche la nebbia e noi eravamo lì, da soli e ad un oceano di distanza da casa». Inizio degli orrori a parte, il seguito della storia fra Cordoba e l'Inter fu solo pieno di amore e riconoscenza reciproca. «Mia moglie aveva come idolo Baggio e fu lei a spingermi verso Milano. Ricordo l'esordio contro il Perugia di Mazzone al stadio Meazza che, ironia della sorte, era l'unica figurina che non riuscivo a trovare nell’album di figurine dei mondiali di Italia ’90. Avevo tutte le pagine riempite, mi mancava solo quella».

Il libro ovviamente dà grande risalto agli anni nerazzurri cominciati male con un quarto posto con Lippi, l’eliminazione ai preliminari di Champions, poi un quinto posto nell’anno successivo. Unica gioia il gol decisivo segnato nel 2001 in casa con la sua Colombia nella finale di Coppa America contro il Messico. Poi il drammatico 5 maggio 2002 con Cuper in panchina «uno dei giorni più tristi della mia vita sportiva. All’Olimpico c'erano in campo unidici giocatori che stavano combattendo contro le proprie paure, non eravamo una squadra». Poi Calciopoli («Una pagina nera che non deve mai essere dimenticata») che arrivò e spazzò via tutto. Dalle ceneri l'Inter spiccò il volo che la portò di successo in successo fino al trionfale anno del triplete. 

MANCINI: «INTER, SERVE VINCERE»


Nel libro l'argomento Calcipoli è appena sfiorato. Come mai? 
Già prima del 2006, per noi giocatori dell’Inter era evidente che ci fosse qualcosa di molto sporco. Lo si capiva dagli atteggiamenti, dalle decisioni che venivano prese da parte degli arbitri che avevano come unico scopo quello di favorire alcune squadre, quelle che facevano parte del sistema-Moggi. Ho deciso di scriverne poco perché in realtà c’è poco da aggiungere. Non bisogna mai dimenticare quello che è successo. Calciopoli è una cicatrice che resterà, sappiamo chi ce l’ha procurata e non dobbiamo dimenticarla mai. La cicatrice resta là, a ricordo di una pagina nera del calcio italiano. La cosa che mi infastidisce di più ancora oggi, nonostante siano passati ormai dieci anni, è che qui sembra che non è mai accaduto nulla e che addirittura alcuni pensano che sia stata l’Inter a causare il problema. Invece chi ha generato Calciopoli sono le persone che tutto questo schifo hanno permesso. E sono colpevoli anche coloro che pensano che questo scandalo non sia mai esistito. E’ stato tutto troppo eclatante per negarlo. Mi chiedo ancora oggi, se le Juve di Moggi era innocente, perché non ha fatto il ricorso? Non è che magari non l’ha fatto perché sapeva di rischiare una penalizzazione ancora più pesante e magari ripartire dalla C anziché dalla serie cadetta? 

Eppure la Juventus dopo Calciopoli si è rialzata, si è rimboccata le maniche ed è tornata a dettare legge...
E per questo le vanno fatti i complimenti. La Juventus di oggi è un bell’esempio per tutto il mondo del calcio. Però ripeto, ricordiamoci sempre di Calciopoli in modo da non farlo più succedere. Pensate che esempio pessimo per un ragazzino che sogna di diventare calciatore o per un tifoso che per seguire la propria squadra deve affrontare molti sacrifici: vai allo stadio e poi vieni a sapere che le partite erano state già decise a tavolino. Questa cosa fa perdere di credibilità a tutto il sistema.  


Partiamo dall'inizio. Perché ha sentito la necessità di dover scrivere un libro sulla sua carriera? 
All'inizio ero scettico, poi quando ho cominciato mi sono entusiasmato. E' bello ripercorrere passo dopo passo tutta la propria vita calcistica. Ci ho messo tutta la mia passione e la mia onestà. 


Nel libro si fa spesso riferimento alla fede, alla rabbia e al dolore. Quali sono stati i momenti della sua carriera nei quali questi tre sentimenti sono stati più forti?
La fede c’è sempre stata, non mi ha mai abbandonato. E' la forza che ti spinge a superare un momento di rabbia o di dolore. Di rabbia ne ho provata tanta in carriera come quando fui estromesso dai titolari della spedizione colombiana ai Mondiali del ’98. Ero furioso con l'allenatore perchè non ne capivo il motivo. Un altro episodio che mi fece andare su tutte le furie fu la scoperta di Calciopoli. Il vero senso del calcio e dello sport aveva perso ogni valore.

Perché tutti i giocatori dell’Inter, o per lo meno la maggior parte hanno sempre considerato Moratti come un padre? Cosa ha di speciale l’ex presidente nerazzurro?
Massimo è una persona che capisce molto bene le tue sensazioni, le tue emozioni, quello che provi e si abbassa sempre al tuo livello. E' un generoso sempre pronto a darti una mano quando sei in difficoltà. Anche dopo le partite più brutte lui era sempre lì accanto a noi e trovava sempre le parole giuste per risollevarci. E' stato un grandissimo presidente. 

Più di quattrocento partite disputate con la maglia nerazzurra in dodici anni di fedeltà assoluta: ce n'è una che spicca sulle altre? 
Impossibile trovare un partita soltanto. Ho giocato troppe partite per dirtene solo una. Posso dirti che io le ricordo tutte, anche quelle brutte. Le sconfitte ti lasciano il segno ma non per questo è giusto rimuoverle dalla memoria.

Quanto è stato complicato smettere con il calcio? Ci sono delle giornate nelle quali sente la sua assenza? 
La cosa che mi manca di più è la fatica, il cuore che ti va a mille quando fai un recupero in extremis. Poi gli applausi del pubblico, l'adrenalina e le chiacchiere con i compagni nello spogliatoio. Mi manca la sensazione di benessere che senti quando fai il tuo dovere per la tua squadra. E poi un gol che per noi difensori è una rarità: quando arriva ti senti in paradiso.
 
Ha dedicato un capitolo intero ai rapporti di spogliatoio e alla sacralità dello spogliatoio stesso. Però ha anche polemizzato quando racconta dei calciatori di oggi che usano twitter e facebook per pubblicare dei selfie prima o dopo la partita. Secondo lei i social network sono diventati troppo presenti nella vita di un giocatore?  
La mia non è una polemica, volevo essere diretto. Lo spogliatoio è un luogo sacro dove condividi i segreti e crei un gruppo vincente. Tutte le sensazioni, le immagini di quei momenti secondo me devono restare dentro quelle quattro mura. La pratica di rendere tutto pubblico non mi trova molto d’accordo. Io ho vissuto la carriera in un’epoca dove non esistevano i social network e mi sono trovato benissimo perchè per dare valore a certe cose bisogna tenersi stretti luoghi e momenti che devono essere solo tuoi e dei tuoi compagni. Se il mondo poi li viene a conoscere, perdono il loro valore. 

Nel libro si parla anche della 'cueva', la setta golardica che le aveva fondato con Toldo, Adani e Recoba. Quali erano i discorsi più ricorrenti quando vi riunivate?
Discutevamo del sistema calcio che non funzionava. Avevamo la netta sensazione che qualcosa non funzionasse. La cueva era un modo per farci forza fra di noi, per lottare contro certe cose che vedevamo e che non ci piacevano. Vedevi alcune partite e restavi sconcertato da ciò che vedevi. Ti venivano dei dubbi che poi nel 2006 con Calciopoli divennero certezze. Però tutte quelle ingiustizie ci davano ancora più forza, stavamo lottando contro un sistema e lo facevamo insieme, come una squadra.

Con Zanetti lei ha avuto in campo un rapporto particolare...
Javier ha tantissime qualità ma la principale è quella di saper gestire ogni momento difficile con il buon senso e la simpatia. Poche volte l’ho visto arrabbiarsi in modo scomposto, anzi usava un altro metodo per risolvere i problemi interni: lo scherzo. A lui bastava una battuta per sistemare situazioni complicate fra compagni o con l'allenatore. Questa sua qualità l’ho sempre ammirata.
 
Chi è stato il calciatore più forte con il quale ha giocato? 
Il Fenomeno Ronaldo, senza alcun dubbio. Semplicemente il numero uno.

E l'allenatore più importante? 
Ho una grande stima per Mancini che mi ha dato tantissimo. Ma sarebbe sbagliato non ricordare Cuper che ci diede una base solida sulla quale poi costruimmo i nostri successi futuri. Mourinho, poi, un leader vero. Josè ha una qualità inarrivabile dagli altri: riesce a tirare fuori il meglio da un giocatore nel momento in cui la squadra ne ha più bisogno. 

A proposito di Mourinho. Attualmente è libero: secondo lei in futuro potrebbe tornare all’Inter?
Tutti ci auguriamo di sì ma non penso che sia questo il momento giusto perché ora c’è Mancini che deve fare la sua strada e prendersi le sue soddisfazioni dopo aver avuto il coraggio di riprendere l’Inter in una situazione di difficoltà evidente. Sono convinto che Mancini riuscirà a far risollevare la squadra. Se lo lasceranno lavorare in pace sono sicuro che darà grosse soddisfazioni a tutti i tifosi dell’Inter, me incluso ovviamente.
 
Cosa ne pensa di Thohir e dei potenziali investitori cinesi del Suning che potrebbero acquistare quote importanti dell’Inter?
Penso che chiunque abbia voglia di investire nell’Inter deve capire che la vicinanza e il senso di appartenenza al club sono due cose fondamentali. Il club deve essere sempre più vicino alla squadra e ai tifosi. Quando ci sono delle difficoltà da superare l’unico modo per uscirne è con la compattezza: serve fare squadra. 
 
Lei ha sfiorato Diego Simeone all’Inter, un altro giocatore che è rimasto nel cuore del popolo nerazzurro. Che ne pensa del suo Atletico e della finale di Champions raggiunta?
Il Cholo una grande qualità, quella di saper trasmettere la sua energia alla squadra e plasmarla secondo il suo carattere e la sua personalità. Quello che sta facendo all’Atletico è un qualcosa di fantastico.

E' stato più difficile avere come compagno di squadra Ibrahimovic o Balotelli? 
Sono due giocatori diversi. Ibra ha un carattere difficile ma è un fuoriclasse straordinario e un lottatore esemplare. Avere Zlatan dalla propria parte vuol dire avere una marcia in più. Anche se litigavi con lui – e lo abbiamo fatto - sapevi che nel campo c’era ed era determinante. Per Mario il discorso è difficile. Lui quando era all'Inter aveva delle qualità incredibili che non è mai riuscito ad esprimere purtroppo. Noi gli volevamo un bene incredibile e abbiamo provato in tutti i modi a convincerlo a cambiare i suoi atteggiamenti. Purtroppo non ci ha mai dato ascolto ed è un grosso dispiacere. Lui vuole vivere la vita che sta facendo ora ed è un peccato perché poteva dare molto, ma molto di più non solo all’Inter ma a tutti il calcio italiano in generale. E’ stato veramente una delusione.

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