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Conte, il passo indietro come segno di debolezza

Conte, il passo indietro come segno di debolezza
© Inter via Getty Images

Più o meno deve essere successo questo tra la notte di domenica e l’alba di lunedì. Crivellato dalle pallottole, un po’ schivandole e un po’ sdraiandole con i suoi proverbiali tackle, il Feroce Salentino si è messo in pigiama davanti allo specchio che, non solo non gli ha rimandato il fatidico: «Sei il più bello del reame», ma gli ha detto a brutto muso: «Vade retro!». Che Antonio Conte ha interpretato come un invito a fare marcia indietro.

Ma, forse, era qualcosa di più e di peggio. Del tipo: sparisci dalla mia vista e dalla mia vita e ripresentati dopo un adeguato bagno di cenere. Fatto sta che il Fumantino si sfila il pigiama e si rimette l’abito del matrimonio: «Ho sposato un progetto triennale con l’Inter e lo porterò in fondo...». Nessuna traccia, al momento, della sposa.

La seconda ipotesi, che non disdice la prima, è che Conte sia stato visitato nella nottata da un incubo illuminante. La sera stessa della sua intemerata fuori da qualunque vaso lo chiama Steven Zhang e lo convoca in sede per le otto della mattina successiva. Nello stesso incubo e nella stessa convocazione la faccia del padre Jindong Zhang, Suning in persona, si sovrappone a quella del figlio, facendo tremare le tempie assonnate di Antonio. Steve è un ragazzo gentile, ma Jindong non scherza. Un duro vero. La mattina dopo, otto in punto, Conte si affaccia e l’altro, Steve o Jindong che sia, lo prende per l’orecchio, lo porta alla scrivania e gli fa: «Ora tu all’istante firmi le dimissioni, l’alternativa è il licenziamento per giusta causa». «Ma io ce l’avevo con Ausilio, un po’ anche con Marotta, non con voi» piagnucola Conte impugnando la stilografi ca di Zhang. «Le tue intenzioni non m’interessano. Tu hai frontalmente attaccato la società che ti paga, hai messo alla berlina uno degli uomini più potenti della Cina...». E questa volta è Jindong che parla, anzi tuona.

Fuor da incubi e da specchi, l’autogol agghiacciante di Conte non si stempera, peggiora anzi, con la dichiarazione riparatrice. Il rischio ora, quasi una certezza, è che sia lui a dover scendere dal carro, accompagnato con energia da una società pubblicamente accusata di essere debole e che, ora, ha l’occasione regina di dimostrare la sua forza. Infischiandosene dei funambolismi verbali del suo dipendente, per cui un secondo posto un giorno è cacca, due giorni dopo è un successo.

Antonio Conte rischia anche perché è recidivo. Da juventino aveva dato della “pizzeria” al suo club, da interista aveva già preso di petto società e giocatori («Vogliono vincere comprando giocatori dal Cagliari e dal Sassuolo»). Questo, dopo aver regalato a mezzo mondo giocatori importanti, avendo istigato e ottenuto un mercato da 200 milioni.

L’Inter ha sopportato spesso in passato le intemperanze verbali dei suoi allenatori ma, stavolta, Antonio Conte ha esagerato.

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