Zielinski esclusivo: “Non ho neanche voglia di parlare dei fischi a Bastoni. Anche altri...”
Il protagonista che non ti aspetti. Per come era andata la scorsa stagione, in pochi avrebbero previsto che Zielinski potesse diventare una pedina fondamentale nell'Inter targata Chivu. E, invece, il polacco si è preso la scena, come aveva già fatto al Napoli, tra ottime prestazioni e gol pesanti, come quello decisivo per la vittoria sulla Juve. Ora, però, c'è da rendere l'annata vincente.
Piotr Zielinski, ormai sono 15 i suoi anni in Italia. È arrivato nemmeno maggiorenne e ora va verso i 32 anni. Non sono tanti gli stranieri così longevi.
«Sono arrivato che ero quasi un bambino e, venendo da un altro Paese, non è stato semplice. Grazie all'Udinese, però, ho sempre potuto avere un familiare accanto. Un anno dopo l’altro, sono diventato uomo. Gli anni a Udine sono stati bellissimi, tranne l'ultimo, quando ero sul punto di tornare in Polonia… Fortuna che mi ha preso l'Empoli. E in Toscana sono riuscito a far vedere le mie qualità».
Quasi metà della sua vita l’ha trascorsa qui. Ha anche preso la cittadinanza. Cosa rappresenta l’Italia per lei?
«È una seconda casa. Quando smetterò di giocare, con mia moglie decideremo dove abitare. Magari proprio in Italia: ci troviamo benissimo, bambini compresi. Appena mi hanno parlato della possibilità di diventare cittadino italiano, non ho esitato».
Cosa apprezza del nostro Paese?
«Penso alla moda e alla cucina. L’Italia è famosa da questi punti di vista. Qui c’è anche più sole ed è bello svegliarsi avendolo davanti».
Ha vissuto in quattro città diverse: Udine, Empoli, Napoli, dove ha comprato casa, e Milano. Cosa le hanno dato?
«Anche se è l’ultima città, a Milano è nata mia figlia e quindi mi rimarrà sempre nel cuore. Napoli, dove ho vissuto 8 anni, è meravigliosa. Il clima è fantastico. Ai tempi di Empoli, invece, non abitavo ancora con mia moglie, ma quando mi raggiungeva giravamo per la Toscana, e abbiamo scoperto luoghi incantevoli. A Udine sono arrivato da ragazzino: è stato il posto ideale per un giovane che pensava solo a crescere e migliorare».
Con 417 è il quinto straniero con più presenze in Serie A. Frey, quarto, ne ha 446, Pandev, terzo, ne ha 493: dove vuole arrivare?
«A maggio compio 32 anni. Penso di poter raggiungere tranquillamente il podio».
Prima la Coppa Italia e poi lo scudetto con il Napoli. Adesso può fare il bis con l’Inter. Quanto manca, però, per il suo secondo tricolore?
«Mancano 7 partite… Faremo di tutto per vincerlo. Siamo in ottime condizioni. Dopo la sosta, tra gli allenamenti e la gara contro la Roma, si è visto subito che qualcosa è cambiato. Sono tutti tornati con la giusta carica. E chi era reduce da una delusione con la sua nazionale, l’ha messa da parte».
È vero che vi siete parlati nello spogliatoio prima della Roma?
«Sono momenti sempre preziosi. Avevamo la necessità di confrontarci. Ci siamo detti che, per vincere davvero, avremmo dovuto cambiare la marcia e accelerare. Le delusioni in nazionale devono trasformarsi in carica supplementare per conquistare lo scudetto. Vincere è l'obiettivo che abbiamo in testa sin dall'inizio della stagione».
È stata l’ennesima dimostrazione di un gruppo solido, che in questi anni ha fatto la differenza. Lo ha percepito quando è arrivato?
«Sì, immediatamente. Sono stato accolto al meglio e non è stato difficile integrarsi. Vero che lo scorso anno ho avuto alcuni problemi, non con i miei compagni però. Veniamo da tante nazioni diverse, ma sembra di essere in una famiglia».
Oggi invece, Zielinski è uno dei protagonisti.
«Dopo una prima stagione in cui non avevo dimostrato il meglio di me, ho capito che avrei dovuto correggere qualcosa, sia sotto l’aspetto fisco sia sotto quello mentale. Ho cominciato io e poi ho trovato un nuovo staff che ha saputo valorizzare le mie qualità».
La differenza è nata anche in panchina, passando da Inzaghi a Chivu?
«In realtà, ho avuto un gran rapporto anche con Inzaghi. È stato tra quelli che mi hanno voluto qui. Mi dispiace non aver potuto dare il mio contributo. Ma è stata comunque una stagione fantastica. La finale di Champions è andata male, ma raggiungerla è qualcosa di unico. Su Chivu posso dire che per me è una persona speciale. Quando è arrivato, ero ancora infortunato: mi ha parlato, mi ha dato fiducia, facendomi capire di voler puntare su di me. Ho lavorato per recuperare il prima possibile. Lui conosceva le mie doti, ma voleva vederle in ogni allenamento. Sono contento che sia diventato l’allenatore dell’Inter».
Ha parlato anche di staff, è stato utile anche cambiare modalità di preparazione?
«Con Rapetti (responsabile della preparazione atletica, ndr) mi ero trovato benissimo anche all’Empoli, disputando un’annata importante. Mi conosceva già, quindi è stato certamente di aiuto».
E il ruolo? Adesso gioca senza problemi da regista come da mezz’ala.
«Era già capitato l’anno scorso, ma non ero convinto. Adesso, invece, ho messo da parte lamentele e fastidi. È stato fondamentale cambiare approccio mentale. Mi sono detto: “Ho i piedi, la tecnica, la visione di gioco, quindi non c'è niente che mi spaventi”. E così è stato. La posizione preferita, però, resta quella di mezz’ala».
Qual è, finora, il momento da ricordare della sua avventura interista?
«Direi il gol del 3-2 alla Juve. Una rete quasi allo scadere, contro un avversario del genere, nel derby d’Italia. Cosa c'è di più?».
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