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La solitudine di Sarri alla Juve: ecco cosa non funziona

Scelto, superando le perplessità, per rendere il calcio juventino appetibile per i nuovi mercati. Ma oggi la sua solitudine sembra irreversibile

La solitudine di Sarri alla Juve: ecco cosa non funziona
© ANSA

È un esercizio sterile continuare a giudicare Maurizio Sarri e la Juventus con gli stessi occhi di agosto, in termini di progressi e di passi indietro, di esperimenti e di certezze. Il giochino del cosa funziona e cosa non va - il sarrismo e l’allegrismo - è una clessidra con la sabbia già scorsa sul fondo. Mancano 24 ore a una partita chiave e dopo rimarranno 12 giornate. Non possiamo guardare questo cammino come se ci fosse ancora del tempo per correggerlo. I risultati che scopriremo in primavera aggiungeranno una tinta al rapporto - una tinta non irrilevante - ma la sua natura è già chiara e tutto sommato definitiva. Sarri alla Juventus è un docente in un istituto occupato. Se non può esercitare il suo ruolo, se non può esprimere il suo pregio - insegnare calcio - allora restano i limiti.

Sarri e tutti i suoi problemi alla Juve 

Non si può costruire un rapporto felice sui deficit. Quelli di Maurizio Sarri non sono segreti e sono ormai quasi di dominio pubblico ascoltando i suoi calciatori e i suoi ex collaboratori. Ci sono aspetti del lavoro quotidiano verso i quali non si sente versato e non prova alcun interesse. Non è una colpa ma può diventare un problema se non hai al tuo fianco una figura credibile che faccia da supplente. Gianfranco Zola al Chelsea lo era. Sarri non ama sottrarre tempo al suo studio e ai suoi taccuini per il dialogo. Esistono calciatori del Napoli che raccontano di non essere mai riusciti ad avere un colloquio a quattr’occhi con lui in tre anni, e negli spogliatoi ce ne sono tanti che s’aspettano anche quello. Andava aiutato. Non faceva forse parte dei compiti sussidiari assegnati a Buffon al suo ritorno? Sarri è un magnifico progettista. Un costruttore di meccanismi. Non è nemmeno vero che ne abbia soltanto uno nella testa. Ha tanto calcio dentro a cui attingere. Ha delle preferenze. Quello che talvolta gli manca è la capacità di far coincidere le sue con quelle di chi lavora con lui. Molte partite di Sarri cominciano con uno spartito e non sorprendono più strada facendo. È il metodo opposto a quello di Allegri ma i calciatori a cui parlare sono gli stessi. La sua sincerità tenuta così di rado al guinzaglio può diventare energia rivoluzionaria in un luogo e una macchina di gaffe in un altro. Mourinho e Guardiola hanno imparato a stare in pubblico prendendo lezioni da un coach che li preparava alle conferenze stampa, all’ipotesi di domande spigolose. Dov’è finita la vocazione al controllo totale nella macchina della comunicazione?

Juve, esiste un caso Sarri e non solo

Perciò non esiste un caso Sarri senza un caso Juventus più ampio. Per mettere le mani su questo corto circuito, sarebbe un errore restringere lo sguardo alla panchina. Bisogna tornare a sfogliare un po’ di giudizi dell’estate scorsa, quando l’opinione corrente salutava la nascita di una coppia certamente ambiziosa ma che esigeva una reciproca fatica. O Sarri cambia la Juventus, si diceva, o la Juventus cambia Sarri. Non era stata considerata la terza via, la più nefasta, che ciascuno rimanesse chiuso in se stesso, impermeabile all’altro mondo e sordo alla voce altrui. Quella terza via è qua, schiacciata tra un bel po’ di infortuni, un mercato pieno di indecisioni (su Dybala, su Higuaín), obiettivi sfumati (Lukaku) e cessioni avventate (Emre Can). Tra un’idea coraggiosa e una rischiosa il confine è sottile. Se dai a una donna delle ali da uccello, puoi vederla volare ma non puoi sorprenderti di avere a che fare con un’arpia. Tra Sarri e la Juventus si è celebrato un matrimonio da bestiario medievale. Ma non è uno scoop di oggi. Era tra le ipotesi contemplate. Toccava alla Juventus l’onere della responsabilità, per evitare di fi nire dov’è finita.

La Juve, Sarri e quelle parole poco enfatizzate

Sarri ha parlato sì di maglie a righe, arbitri e rigori, ma sono passati venti giorni da una frase altrettanto sincera, più inascoltata e meno enfatizzata: «Spero che qualcuno mi aiuti». Non pensava ai calciatori. I calciatori non aiutano, giocano. Intorno a Sarri andava costruita una rete di protezione. Era così chiaro sin dall’inizio, ed è così implacabile la Juventus nell’ottenere ciò che vuole, da spiazzare adesso questa sua inattesa dimostrazione di debolezza. In una sola vicenda si sono sommate l’assenza di Allegri e quella di Marotta. Se prendi il più guardiolista degli allenatori italiani e il tuo capitano è convinto che «il guardiolismo ci ha rovinato» (9 novembre 2017), scartando l’incoscienza, significa che credi di avere una soluzione. 

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Lazio 62 Cagliari 32
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