Spalletti il mattatore della Juve: mosse e silenzi di un genio della comunicazione
Il problema è che continuiamo a guardarlo usando occhiali sbagliati. Insistiamo a leggere le pubbliche esibizioni di Luciano Spalletti usando il suo ruolo da allenatore come filtro per l’interpretazione. Quando invece dovremmo guardare all’uomo di Certaldo privilegiandone quella che da sempre ne è la fibra primaria del carattere: l’istrione che trasforma ogni situazione in palcoscenico personale, che lancia messaggi con ogni mossa esplicita ma anche con un’immobilità densa di sottintesi. Comunicazione totale, messa a disposizione di uno spettacolo del pallone che vive l’interminabile mutazione genetica senza averne capito il motivo né la direzione.
Sicché, in questo caos da provvisorietà permanente - ci sia perdonato l’ossimoro -, Luciano ci si ritrova come se fosse il suo elemento perfetto. Che sia bordocampo o conferenza stampa, che alle sue spalle sia piazzato il pubblico delle tribune o il pannello degli sponsor, poco cambia. Perché tutto quanto viene trasformato nella quinta di una performance da Actors Studio. E a quel punto, indipendentemente dai panni vestiti - la tuta azzurra da allenatore del Napoli, l’impeccabile completo nero da mister della Juventus, l’orrenda giacca scolorata con la scritta ITALIA sulle spalle agli Europei 2024 - egli ipnotizza interlocutori e uditori sciorinando una retorica obliqua, situazionista. Fatta di evoluzioni funamboliche e silenzi spinosi. Il tutto arricchito da una gestualità spiazzante e da altrettanto spiazzante immotezza. Come successo nell’ultima conferenza stampa della serie, quella post-derby torinese.
Andate a rivedervela su YouTube. Vi godrete un quarto d’ora gassmaniano, degno dell’epoca in cui il maestro leggeva, con massima enfasi, la bolletta della luce come se fosse la Divina Commedia. Che in fondo proprio quello è il senso ultimo delle esibizioni spallettiane. Voi preoccupatevi pure di pallone, intanto che lui sfodera dei fermo immagine naturali che sembrano il frutto d’un guasto nel segnale di trasmissione; ma poi frantuma la stasi prendendo fra le mani la scarpa dello sponsor, piazzata lì sul tavolo a fare brand, per soppesarla come fosse la pietra filosofale. Un continuo effetto speciale, l’inesausta sfida lanciata a chi cerca di raccoglierne il verbo ma poi viene distratto dal gesto. Perché infine è proprio questo il punto: quel comunicare così oracolare che lascia a ciascuno la libertà - e l’affanno - di cercare un senso e metterlo in forma. Ciò che un po’ fa tornare alla mente quel film di Terrence Malick, “The tree of life”, che a Bologna venne proiettato per oltre una settimana coi rulli invertiti - il secondo tempo a anticipare il primo - e nessuno se ne accorse. Così è Luciano. Ci fa tutti esegeti, costretti a cimentarci nell’interpretazione autentica di ogni suo detto e non detto. Che tanto non capirai mai se si sta incazzando sul serio o sta soltanto soffocando uno sbadiglio. Forse un giorno, riascoltando al contrario le registrazioni delle sue conferenze stampa, sveleremo il mistero della morte di JFK e la formula segreta della Coca Cola.
