Infortunio Vlahovic, l'esperto: "Vi spiego se l'operazione conviene e le cause. Colpa anche dei calendari"
Gli infortuni muscolari sono i frequenti nel calcio e rappresentano fino al 40% del totale in una stagione. Nel caso di Vlahovic parliamo del muscolo adduttore lungo, che è uno di quelli più interessati da lesione. «Il problema della lesione di Vlahovic è che si trova nella zona della giunzione muscolo-tendinea, che è quella più vulnerabile e che ci impiega più tempo a guarire. Oltre al fatto di essere di alto grado, cioè il più grave. Il rischio è la recidiva, che è molto alto». Parola del dottor Matteo Vitali, medico ortopedico specializzato in traumatologia sportiva e responsabile dell'ambulatorio Sportgevity - Genos IRCCS Ospedale San Raffaele.
Dottor Vitali, quali sono gli scenari a questo punto?
«Ci sono due strade: la prima è il trattamento conservativo, per cui il paziente non rientra prima di due-tre mesi, come ha deciso anche Lukaku per un tipo di infortunio diverso. L’alternativa è l’intervento chirurgico, nel caso in cui la lesione rischi di ritornare. Ma bisogna sottolineare che anche in questo caso non si accelerano i tempi di recupero: si riducono però i rischi di ricaduta. Anche con l’intervento, nel migliore dei casi, servono due mesi e mezzo o tre, come nel caso di De Bruyne, infortunato al bicipite femorale. La scelta in questo caso viene fatta in base al numero di fibre lesionate».
Da che cosa dipende questo tipo di infortunio?
«Ci sono soggetti più predisposti a questo tipo di lesioni, come Vlahovic e ma anche Dybala. Hanno una predisposizione posturale data dal loro tipo di appoggio, dalla loro coordinazione e il loro gesto attritico per cui mettono sotto carico di più rispetto ad altri compagni queste strutture e quindi risultano più deboli e fragili. Un’altra cosa importante è l’elasticità. Noi parliamo sempre di forza e potenza quando parliamo di calcio, molti di questi atleti non sviluppano o non sono particolarmente attenti a quella che è l'elasticità della componente muscolare, che può abbassare sensibilmente il rischio di queste lesioni».
Come mai abbiamo sempre più frequentemente infortuni di questo tipo nel calcio?
«Insieme al tennis e al padel, il calcio è lo sport che sollecita di più questa struttura. In più ci sono i carichi di lavoro: parliamo di atleti molto seguiti, molto curati, ma che hanno un sovraccarico importante. A volte si gioca dopo settantadue ore, non riposare almeno tre giorni tra una gara e l’altra aumenta del 40% il rischio di lesioni muscolari».
Quali sono le cause?
«Un giocatore non riesce a recuperare e un movimento più improvviso del solito in un momento di stanchezza può determinare un infortunio».
Come si corre ai ripari?
«Statisticamente ci saranno sempre degli infortuni. Per tutelare la salute dei calciatori si possono fare screening sulla postura a inizio stagione, iniezioni di acido ialuronico per aiutare le articolazioni e programmi di lavoro più mirati, non solo sul gesto atletico ma anche sull’elasticità. E poi ridurre i viaggi, creare sistemi con calendari più idonei o con maggiori cambi per ridurre il minutaggio del giocatori».
Quindi operazione sì o no?
«Meno si tocca un atleta, meglio è. L’intervento può avere complicanze e non è miracoloso ma ci sono lesioni per cui il rischio di ricaduta aumenta senza operazione. Meno si opera e più si fa prevenzione, meglio è. A parità di condizioni, l’ideale è non operare il paziente. Se però c’è una lesione talmente grave per cui è assodato che l’intervento dia beneficio, a quel punto è giusto procedere».
