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Speciale Lazio, con quel gol Poli salvò la squadra dal buio

Speciale Lazio, con quel gol Poli salvò la squadra dal buio

La vicenda Bielsa ha stabilito il punto più basso del rapporto tra tifoseria e dirigenza. Eppure parliamo di una società che nella sua storia ha vissuto momentiemozionanti. Ecco un viaggio appassionante che serve a tutti, anche al presidente Lotito, per ricordarsi sempre cosa vuol dire “la lazialità”

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di Daniele Rindone

sabato 16 luglio 2016 11:05

ROMA - Ancora oggi non si sa quanto sia consapevole di ciò che ha fatto. Quando raggiunse il pallone in cielo il tiro fu più veloce del pensiero: «Vidi il pallone arrivare, colpii di testa, non pensai a nulla, iniziai a farlo dopo il gol». Serie B, spareggi, Lazio-Campobasso, 5 luglio 1987, gol di Fabio Poli. Era scritto a sua insaputa, sarebbe stato eroe: «Negli anni ho capito quanto sia stato importante quel gol e quanto sia stato fortunato a segnarlo», non gli sembra vero quando ricorda. Il tardo riconoscimento della prodezza è dovuto a quel tempismo, a quel gol in ascensione, segnato in un’area affollata come vuole la letteratura. Poli doveva segnare senza aspettare e segnò senza pensare. Chi avrebbe aperto quella porta era lui, trascinato in mezzo all’area da chissà chi. Fino al 5 luglio ‘87 aveva abituato tutti ad esserci senza mai ingombrare, sbagliando qualche gol di troppo, firmò quello giusto.

IL SALVATORE - Poli segnò e la Lazio si salvò dalla C tra mille ostacoli, tra mille tormenti, dopo aver evitato il capitombolo contro il Campobasso. Minuti 49 e 51, due occasioni per il subentrato Boito, le fallisce davanti a Terraneo. Minuto 53, Caso allunga per Piscedda, portabandiera laziale, cross d’esterno sinistro, testa di Poli, bucato Bianchi, tuffatosi inutilmente ad elastico per ricacciare la palla dalla porta. La storia si ripete. Allora Fiorini in Lazio-Vicenza (1-0) del 21 giugno 1987, stavolta Poli in Lazio-Campobasso (1-0), replicante di miracoli. Dal 53’ al 90’ passò una vita, toccò a Camolese difendere l’ultimo o il penultimo pallone dopo un angolo del Campobasso. Si precipitarono in 11 nell’area laziale, il pallone la sorvolò, s’indirizzò versò il fallo laterale. Camola lo rincorse, lo fece suo, non s’accorse che la porta del Campobasso era sgombra, la gente gli urlava di tirare, non sentiva, era in trance, lo difese quel pallone, quel gol di vantaggio.

Fascetti si presentò ai media tra l’ironico e il polemico: «Non ho niente da dire». Poi si sciolse: «Oggi non c’è nessuna recriminazione da fare e questo mi sembra importante. La Lazio ha cercato la vittoria, l’ha ottenuta dominando nel primo tempo e facendosi rispettare nella ripresa. Se questo è il nostro scudetto? Credo di sì. Abbiamo ottenuto una soddisfazione che i nostri tifosi, la nostra magnifica gente, ricorderà a lungo. Abbiamo praticamente conquistato 42 punti in campionato e sarebbero potuti essere 45 o 46. Abbiamo sofferto tanto in queste settimane, dalla partita col Vicenza ad oggi. E’ finita».

Dopo Lazio-Vicenza ci volle un’altra liberazione per essere davvero salvi, finalmente al sicuro. Quella Lazio fu perseguitata dalla penalizzazione, fu costretta ad un campionato di rincorsa, 38 partite e il supplemento degli spareggi. Quella Lazio si ritrovò a vivere un finale thrilling quando subentrò la convinzione di poterne uscire. Chi poteva farcela erano loro, gli eroi del -9, giocavano con le fiamme nell’anima. Più l’affare s’imbrogliava più lo sbrogliavano, più si sentivano tirare a fondo e più risalivano, spinti da una pulsione misteriosa. Erano i depredati che depredavano, fecero beffa delle previsioni matematiche che li davano spacciati. Passarono per creduloni, i biancocelesti. E tutti alla fine credettero davvero che quei ragazzi fossero diversi, speciali. Il 5 luglio 1987, strada facendo, 25.000 laziali raggiunsero il San Paolo di Napoli incanalandosi in un’infuocata Autostrada del Sole. La coda diventò paesaggio dell’identità laziale. Si viaggiò in processione, è uno dei pellegrinaggi più massicci dalla storia calcistica italiana. L’autostrada era piena quella mattina, la hall dell’albergo che ospitava la Lazio vuota: «Non c’era nessuno, non c’era anima viva, fu il segno della tensione. Ci ritrovammo tutti a pranzo, c’era anche Enrico Montesano, stemperò il clima con le sue battute. Allo stadio invece c’era il delirio, ma eravamo talmente tesi e concentrati che non sentimmo volare una mosca. Si udivano solo le parole di Fascetti, diceva di crederci, diceva che avremmo vinto», la racconta sempre così Poli quella domenica. Si festeggiò in pullman, gli eroi tornarono a Roma cantando. Acerbis trovò la voce, lui che non parlava mai e tuttora non lo fa, realizzò un’intervista finta con Terraneo, muoveva la bocca, la voce era del portiere. Fascetti, lungo la strada di ritorno, fece fermare il pullman, invitò tutti a cena per una mangiata di pesce. Sempre, in ogni avventura, accanto alla voglia di farcela, alla spudoratezza del crederci, alla necessità di riuscirci, c’è un rimando alla storia, a un qualcosa. Il tempista Fabio Poli s’è fatto trovare pronto nel momento critico, s’è aggiunto ai salvatori della formidabile storia biancoceleste. Un eroe, in un modo o nell’altro, è sempre sbucato in tempo. La vita della Lazio continuò dopo quel gol.

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LE PUNTATE PRECEDENTI
1- EROISMO: Fiorini, quel gol che si continua a festeggiare  

2- FORZA: Pulici, la parata del 10 in pagella e dello scudetto
3- ORGOGLIO - Chinaglia, il mito che non riusciva a lasciare la Lazio

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