Pedro e l'Inter: chi si rivede. L'idolo di Napoli sei mesi dopo a San Siro

Il fuoriclasse spagnolo indirizzò lo scudetto il 18 maggio. Gelò San Siro e i nerazzurri segnando due gol
Marco Ercole
4 min

Era il 18 maggio, non sono trascorsi sei mesi. Quel giorno Pedro è diventato un idolo a Napoli (con tanto di statuette del presepe a lui dedicate), ma soprattutto un incubo nella Milano nerazzurra.

Il ricordo

Con quella doppietta alla penultima di campionato aveva gelato San Siro, facendo di fatto perdere lo scudetto alla squadra di Inzaghi e consegnando virtualmente il tricolore agli azzurri di Conte. Niente di personale (escludendo la probabile voglia di “vendetta” sportiva presente nello spogliatoio laziale dopo il 6-0 incassato proprio dall’Inter nel match d’andata), lo spagnolo era stato semplicemente professionista e trascinatore della sua Lazio, che aveva tenuto a galla in quello che rappresentava l’ultimo match point per un posto in Champions, una speranza poi diventata un nulla di fatto con l’esclusione dall’Europa a seguito della successiva sconfitta casalinga con il Lecce. Ma l’uno-due al Meazza non si cancella. Rimane scolpito nella mente dei giocatori dell’Inter (facile immaginarsi che aspettino con ansia la gara di domani) e resta l’ultimo acuto del 38enne di Tenerife con la maglia della Lazio.

Il calo di Pedro

Da allora, il tempo sembra aver cambiato tutto. Il Pedro di oggi è l’ombra del giocatore che un anno fa aveva chiuso la stagione con 10 gol in Serie A e 4 in Europa League. Lo spagnolo è ancora a secco e il suo impatto sul gioco è stato meno brillante, frenato da una condizione fisica non al top e da un ruolo che fatica a interpretare. Con Baroni aveva trovato una seconda giovinezza. Giocava da seconda punta, muovendosi libero alle spalle di un centravanti di riferimento (Castellanos o Dia) e potendo esprimere al meglio la sua visione e la sua qualità tecnica. Era un punto di raccordo, un giocatore che respirava la manovra (a volte anche da regista), si muoveva tra le linee e sapeva essere letale negli ultimi metri. Nel 4-3-3 di Sarri, però, quella libertà non esiste. Quando viene impiegato ala pura, è costretto a un lavoro difensivo e fisico che oggi per lui pesa inevitabilmente di più. Agendo da falso nove, viene isolato troppo dal gioco, rendendolo facile preda dei difensori centrali. Sarri sta cercando di dosarlo, di trovargli la posizione migliore in questo momento della sua carriera, mandandolo in campo nelle fasi conclusive: contro il Cagliari gli ha concesso i 6 minuti finali per far rifiatare Isaksen, preferendo Noslin da centravanti per dare riposo a Dia.

La tradizione

Pedro ha bisogno di sentirsi protagonista. Non è solo questione di ruolo o condizione, ma di stimoli. E forse la partita con l’Inter è la più adatta per ritrovarli. Ai nerazzurri, infatti, ha segnato 5 volte in carriera (3 con la Lazio, 2 con il Barcellona) più che contro qualsiasi altra squadra italiana. Solo Espanyol e Rayo Vallecano hanno subito di più da lui (6 reti ciascuno). E contro Chivu ha messo a segno un’altra delle sue 3 doppiette italiane, quella al Parma del 28 aprile scorso. Ha già annunciato che questa sarà la sua ultima stagione con la Lazio e vuole chiuderla lasciando un segno. San Siro, il teatro della sua ultima grande notte biancoceleste, potrebbe tornare a essere il luogo della rinascita, l’occasione per ricordare a tutti che il talento non invecchia. Quel 18 maggio, in fondo, non è così lontano. Non sono trascorsi nemmeno sei mesi.


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