La Lazio, Lotito e la regola dell’anno zero
Nella Lazio si continua a parlare di modernità, ma è un concetto astratto che emerge solo nei discorsi di Lotito e Fabiani. L’unica certezza è che il club fatica a gestire un ricambio generazionale cominciato nel 2023: ogni stagione promette un nuovo inizio e finisce per somigliare alla precedente. L’anno zero non è più una fase: rischia di diventare una condizione permanente. I messaggi di Sarri sono un invito a trovare una dimensione proporzionata a una realtà da trentamila abbonati. Dopo due settimane di trattative, la squadra resta un cantiere in costruzione. Ha perso Guendouzi e Castellanos, non ha aggiunto qualità: Taylor e Ratkov non completano, semmai ridisegnano, provano a pareggiare quello che manca. È una Lazio che non avanza. Sarri ha impiegato sette mesi - dopo un’estate con il mercato bloccato - per riscoprire una verità elementare e immutabile nel codice di Lotito: prima si vende, poi si compra. L’aspetto più enigmatico non è sportivo, ma politico. A giugno la Lazio ha cercato Sarri, lo ha convinto a tornare, gli ha illustrato un percorso condiviso, fondato sulla centralità e su una visione comune. Adesso, però, Lotito rielabora compiti e competenze ribadendo che i giocatori li sceglie la società e l’allenatore deve valorizzarli. È una precisazione che pesa.
Non è un messaggio che rafforza un rapporto: traccia una distanza. Il presente preoccupa: non ha un indirizzo chiaro. La qualità è diminuita. Il presidente giustifica le cessioni sottolineando che sono stati i calciatori a spingere per andare via. È accaduto con Milinkovic e Luis Alberto: ora con Guendouzi e Castellanos. Non rassicurano i silenzi su Romagnoli e Gila, in scadenza nel 2027. L a Lazio non può limitarsi a spiegare perché perde i migliori: dovrebbe comprendere i motivi di questi divorzi. Quali sono i traguardi che garantisce? È una società che protegge se stessa e i suoi errori più di quanto riesca a calibrare il proprio futuro. U n equilibrismo dialettico che finisce per disorientare Sarri e i tifosi . Fa riflettere che un giovane come Tóth, sessanta presenze nel Ferencváros, preferisca il Bournemouth. Non è una decisione legata esclusivamente al prestigio e ai soldi della Premier: è il risultato di una differente prospettiva. Il pericolo è che la Lazio stia perdendo fascino. C’è stato un periodo - con il ds Tare - in cui a Formello sfilavano Hernanes, Klose, Lucas Leiva e Felipe Anderson. Sul mercato , da quasi tre anni, si ripete la solita liturgia che riguarda due parole: progetto e sostenibilità. Qualsiasi sogno sembra irrealizzabile. Lo è stato, nel 2024, anche Mason Greenwood, che ha poi trascinato il Marsiglia in Champions e viaggia alla media di 42 gol in 62 partite.
Sarri ha conquistato ventotto punti con una Lazio che convive con tanti difetti. Ha rigenerato elementi che erano ai margini : Cataldi, Basic e Cancellieri. Sta facendo la differenza in un momento difficile: è giusto che voglia capire i programmi . Da luglio, considerando Casale (riscattato dal Bologna) e Tchaouna (passato al Burnley) , sono entrati nelle casse ottanta milioni. Trenta sono stati reinvestiti. Taylor porta eleganza, geometrie , tiro da fuori e qualche gol. Può alzare il livello del centrocampo. La scuola dell’ Ajax rappresenta una garanzia : metodo e intensità. Ratkov è un centravanti diverso dall’idea di Sarri. Ma a Salisburgo, dove si ragiona nell’ottica del player trading, era stato scelto al posto di Šeško, venduto per 85 milioni al Manchester United. Merita attenzione e fiducia. Andrà valutato senza pregiudizi. È un lavoro a metà. La Lazio deve ancora individuare l’erede di Guendouzi. Sarri aspetta anche un terzino sinistro e un attaccante. Coinvolgerlo in ogni iniziativa sarebbe un segnale di crescita e maturità . In passato aveva suggerito talenti come Carnesecchi , Kerkez, Vitinha e Fabio Silva. Ascoltarlo non significa rinunciare a un’autonomia e alla logica antica del “qui comando io”. Può servire invece a trovare una direzione.
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