© Foto di Edgardo Della Scorciosa / Archivio Edgardo Della Scorciosa “Laziali bastardi”, Chinaglia e la memoria che resiste: oggi l'evento alla Sapienza
Ci sono parole che nascono come ferite e diventano orgoglio. “Laziali bastardi” è una di queste. Un graffito, un insulto, poi trasformato in identità, in appartenenza, in modo di stare al mondo. Alle 18 di oggi, venerdì 15 maggio, nell’Auditorium della cappella della Sapienza, quella frase tornerà a vivere attraverso il racconto di Guy Chiappaventi, che presenta la nuova versione del suo libro “Come diventammo laziali bastardi”.
L'immagine che ha fatto storia
Non è una semplice presentazione. È un ritorno. Quarant’anni dopo la sua iscrizione a Lettere, Chiappaventi torna nei luoghi della sua formazione per raccontare una storia che è personale e collettiva insieme. Una storia fatta di memoria, immagini e sentimenti che non si consumano. Al centro del racconto c’è una fotografia. Una di quelle che non si limitano a fermare un attimo, ma lo trasformano in simbolo. È l’8 settembre 1975, Giorgio Chinaglia è seduto davanti al Bar Fiocchetti, al Fleming. Ha davanti due giornali, “La Gazzetta dello Sport” e “Tuttosport”. Dietro di lui, quasi a incorniciare la scena, quel graffito: “Laziali bastardi”.
I nuovi scatti ritrovati
Quell’immagine è riemersa dal tempo quasi per caso, come spesso accade alle cose più preziose. Tredici scatti, nascosti per anni in una cantina di viale Palmiro Togliatti, riportati alla luce grazie al lavoro di Marco Geppetti e di Roberta Della Scorciosa, figlia di Edgardo, il fotografo che li aveva realizzati. Un uomo che aveva raccontato Roma negli anni ’50 e ’60 e che, senza saperlo, aveva fissato uno dei momenti più iconici della storia biancoceleste. Non è solo una foto. È un passaggio di testimone. Perché accanto a Chiappaventi, alla Sapienza, ci saranno anche protagonisti dello scudetto del ’74 e figli d’arte, custodi di una memoria che si tramanda, che cambia forma ma non sostanza. La Lazio che era e quella che è, unite da un filo invisibile ma resistente.
La storia che si tramanda
Il Bar Fiocchetti oggi non c’è più. Ha chiuso, sostituito da un’altra attività. Ma in quella fotografia continua a vivere. Come vive il dito puntato di Chinaglia verso la Sud, come vivono i racconti di chi c’era e di chi ha imparato ad amare quei colori ascoltando storie. È questo il senso dell’incontro: restituire alla Lazio una narrazione autentica, lontana dal rumore, vicina alle radici. Un intreccio tra sport e letteratura, tra realtà e mito, dove ogni dettaglio ha un peso e ogni parola trova il suo posto. Perché essere laziali, in fondo, è anche questo. Trasformare un’offesa in appartenenza. Custodire la memoria. E riconoscersi, ancora oggi, in un graffito su un muro e in una fotografia tornata dal passato.
