Mendieta, mister 90 miliardi: “Laziali, siete tosti. Le proteste? Non molleranno”

L’ex centrocampista, super investimento del club nel 2001, si racconta tra presente e passato
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Giorgio Marota

Pubblicato il 02.10.2026, 09:00

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Andava a tempo Gaizka Mendieta, il “todocampista” che sapeva suonare sempre e comunque la melodia giusta. Pressava prima che l’aggressione andasse di moda, s’inseriva quando i mediani non erano ancora incursori, calciava i rigori a testa alta, difendeva con la forza di uno stopper e palleggiava come fosse un fantasista. Poi un bel giorno a “mister 90 miliardi” hanno tolto lo spartito. E non è più stata la stessa musica, almeno fino a quando il basco non ha deciso di riconnettersi con le note giuste. La meteora che la Lazio nell’estate del 2001 strappò a una concorrenza mondiale ha vissuto mille vite, inclusa una da dj, a proposito di musica e di ritmo. «La consolle è stata la mia fuga dal calcio, grazie a un amico che a Valencia aveva un negozio di dischi». Sognava di fare il mezzofondista, andare a canestro, suonare ai festival, fare successo nella ristorazione e vincere una Champions: è riuscito quasi in tutto. 
 

E oggi, chi è davvero Mendieta?  

«Un ex che prova a restituire qualcosa di quello che ha preso». 
 
Ma il calcio le ha anche tolto tanto, non crede? 
«E perché mai? Solo perché non sono esploso in una Lazio che ha cambiato due allenatori e due presidenti in un anno e nel Barça che ne ha cambiati tre e tre in una stagione? Il calcio mi ha reso l’uomo che sono. Parlo tre lingue oltre lo spagnolo, ho giocato in A, in Liga e in Premier. Vorrei più titoli? Certo che sì. Potevo segnare di più? Pure. Ma non sono i numeri a fare un calciatore». 

All’evento della EFC di Copenaghen hanno parlato dell’importanza del vostro contributo. 
«Molti di noi non hanno una formazione accademica. Però conosciamo la leadership, il lavoro di squadra, la resilienza e pure l’errore come parte di un percorso di formazione. Miti come Jordan e Federer dicono sempre “vedete quello che abbiamo vinto, ma abbiamo perso molto di più”. Sono tutti valori utili alle grandi aziende». 
 
Lavorano tutti per il successo, ma ultimamente vince solo la Spagna. 
«Stiamo dominando e penso anche al femminile e alle giovanili. Raccogliamo i frutti». 
 
Cosa avete di speciale? 
«Intendiamo il calcio come una gioia. Non conta solo vincere, ma come vinci. Insegniamo ai ragazzi la tecnica individuale, il fare parte di un team, il pensare non singolarmente ma pure ai movimenti dei compagni. Dopo il Mondiale del 2014 abbiamo utilizzato 8 anni per ricostruire una generazione». 
 
Anche la sua Spagna ne aveva di talento, però non trionfava mai. 
«Avevamo il blocco mentale dei quarti, ci è mancata sempre l’ultima tessera del puzzle». 
 
Alla Lazio invece cosa accadde? 

«Sono stato il colpo da sogno e forse questo ha inciso nelle aspettative, ma eravamo tanti nuovi con un tecnico nuovo e serviva un tempo di adattamento che non mi è stato dato».  

Le è pesato essere stato pagato così tanto? 
«Zero. La mia testa non ha mai pensato ai 90 miliardi. Avevo un’altra ossessione: vincere la Champions». 
 
Lei l’ha sfiorata per due volte perdendo due finali consecutive con il Valencia e uscendone da miglior centrocampista del torneo. 
«Pensarci mi fa male. La seconda col Bayern ai rigori, poi. Ma la gente mi ama, ci ama. I ragazzi di Cuper, siamo ancora noi per i tifosi. Abbiamo toccato la gloria». 
 
È vero che nel suo contratto alla Lazio c’era una clausola per evitare il trasferimento al Real? 
«No no, ma sapevo che era vietato per il mio passato». 
 
Andò in prestito al Barça. 
«E trovai un’altra rivoluzione. Calcisticamente è andata meglio, ma a fine anno vollero resettare». 
 
C’era un piccolo Iniesta al suo fianco.  
«Un piccolo Iniesta, un piccolo Puyol, un piccolo Xavi. Erano speciali. Ma non potevo pensare che sarebbe stata la golden generation del nostro calcio. Come penso che nessuno lo credeva di Lamine, Cubarsì, Pedri e tutti gli altri». 
 
Cosa le piace della Serie A? 

«Che la Lazio è prima! Oggi l’Int er è una corazzata. Penso a Chivu ed è bello vedere ex calciatori diventare allenatori. Però mi fa un po’ di pena vedere l’Italia fuori da tre Mondiali». 

Segue ancora la Lazio? 

«Vedo soprattutto i risultati».  
 

Lo sa che i tifosi non vanno più allo stadio per protesta? 

«Sono tosti i laziali. Certe cose non cambiano mai…» 

Erano duri anche ai suoi tempi. 
«Allo stadio ci venivano, ma erano tanto esigenti. Con me il rapporto è stato sempre 10 su 10. Sostegno sempre al top, tifoseria da sogno a prescindere dal risultato. Il giorno che ho lasciato la Lazio per andare al Middlesbrough eravamo in ritiro in montagna e gli ultras sono venuti alle 7 di mattina in albergo per salutarmi. Io mi ero preparato agli insulti. Avevano capito che non ero io a tirarmi indietro, era l’allenatore Mancini che non mi vedeva». 
 
La Liga si sta avvicinando alla Premier? 
«Parliamo di calcio? Per me è meglio. Tecnica, abilità, tattica, in Inghilterra il campionato è più eccitante. Ma se vuoi vedere il vero calcio devi guardare la Liga». 

La passione per la musica la coltiva ancora?

«Certo. Il dj è il centrocampista d ella musica. Te ne stai lì, danzando, sempre a vedere se la gente balla o non balla, se salta o non salta. Puoi cambiare stile, accelerare, rallentare, dare ritmo». 

E la ristorazione? 
«Mi sono divertito pure lì. In Inghilterra non c’era la comida spagnola e ho portato el jamon. Tutte le mie iniziative vengono dalla passione. Non tutte vanno bene».

Da ragazzo poteva sfondare nell’atletica. 

«Correvo dai 1.000 ai 5.000 metri. Il mio record nazionale sui 2.000 ha resistito 15 anni. Da bambino giocavo a basket, ero un buon playmaker. Passare la palla e correre per 90 minuti non è mai stato un problema». 

 Le piacerebbe allenare? 

«Ho il patentino, ho preferito fare il diesse. La famiglia, gli agenti, i social, i media, gli eventi: un tecnico ha che fare con 25 imprese. Noi eravamo solo calciatori». 

L’avversario che l’ha messa più in difficoltà? 
«Su due piedi direi Rui Costa. Ma farei torto a tanti fenomeni. Il più forte però l’ho avuto con me: Simeone». 
 

“He puesto la tele y había un partido, y Mendieta ha marcado un gol realmente increíble…”, cantavano Los Planetas nel 2000 in “Un buen dia”. Lei è uno dei pochi a cui è stata dedicata una canzone. 

«Iconica. C’erano due menzioni. Spiderman e Mendieta. Un fumetto e un calciatore. Qualcuno diceva due supereroi». 

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