Milan, le scelte illogiche
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Milan, le scelte illogiche

Bruciare due allenatori in un solo giorno è un’impresa che non riuscirebbe neanche a uno stragista di panchine come Zamparini. La dirigenza rossonera rischia di superarlo. E ora il cambio in corsa del tecnico è diventata un’operazione molto onerosa. Dopo aver esonerato “de facto” Marco Giampaolo, il Milan ha visto evaporare ieri sera l’arrivo di Luciano Spalletti. Che, raggiunto un accordo di massima con la dirigenza rossonera, ha preteso invano dall’Inter, a cui è legato ancora per un biennio, il pagamento di una somma pari a un anno di contratto, quale ricompensa per togliere il disturbo. Ma l’Inter, che ha già “regalato” Icardi al Paris Saint-Germain, Perisic al Bayern e Nainggolan al Cagliari, di fare un favore ai cugini rivali non ci pensa neanche. Così, Spalletti ha declinato l’invito, almeno per ora.

Spalletti e il Milan, c'è il nodo buonuscita

Boban e compagni si trovano esposti in un affare più grande di loro: se vogliono ancora Spalletti, devono farsi carico non solo del suo ingaggio, ma anche delle sue discutibili pretese di risarcimento nei confronti dell’Inter. Un’operazione che potrebbe costare molti milioni, troppi per un club chiamato al rigore e alla buona gestione dei conti dal prestigio del fondo Elliott, prima ancora che dalle regole del fair play finanziario. D’altra parte, bruciare Giampaolo e rinunciare a Spalletti, per una seconda scelta di Spalletti e di Giampaolo, sarebbe un autogol difficile da giustificare. Così, in mezzo al guado sta il Milan, con il portafogli aperto tra le tante mani di un mercato rapace.

Si sottovaluta spesso il prezzo che il calcio italiano paga al conflitto o al capriccio dei suoi dirigenti. Ma, riannodando l’intera vicenda rossonera dal suo inizio, si comprende quanto essa sia il simbolo di questo paradigma maldestro. «Per me è stata una scelta rapida e calcisticamente logica - disse meno di tre mesi fa Boban, presentando il nuovo allenatore Giampaolo -, da anni Marco offre qualcosa di diverso, un concetto di bel gioco che rispecchia la storia del Milan e che San Siro vuole». Dopo appena 630 minuti di campionato, con una scelta altrettanto rapida ma calcisticamente illogica, il chief football officer si è sbarazzato dell’allenatore divenuto per lui un ostacolo. La prova è in un fotogramma che ritrae Boban in tribuna, contrariato dopo il gol su rigore di Kessie a Genova, quasi che la vittoria rossonera potesse scombinargli i piani. Ma il dado era già tratto, e la testa di Giampaolo da ieri è saltata, comunque finisca la trattativa con Spalletti e con i sostituti di Spalletti.

L’allenatore chiamato dalla Sampdoria a ricostruire un ciclo è stato immolato alla settima giornata. I nove punti in classifica, tre in meno dell’anno scorso, non giustificano certo il licenziamento. Ancor meno lo giustifica l’ardore con cui la squadra ha rimontato la papera di Reina a Genova, a riprova che Giampaolo non ha perduto, nonostante gli incerti risultati, il controllo dello spogliatoio. Il tecnico paga la sua autonomia nella scelta del modulo tattico e nell’impiego di una rosa rimpinguata in estate con una campagna acquisti da ottanta milioni di euro, rivelatasi, almeno finora, impari rispetto alle attese. Quella del Milan pare la crisi di dirigenti che aspirano a fare gli allenatori e finiscono per fare male i dirigenti. Come i vecchi padri padroni d’un calcio che fu, i quali almeno sperperavano soldi propri.

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