Donnarumma, Superlega, Ibra e il futuro Milan: Gazidis esclusivo

Il progressive football, i fondi, gli stadi per crescere, i rapporti con Gigio, Zlatan e Pioli: parla l’ad più “internazionale” della Serie A
Donnarumma, Superlega, Ibra e il futuro Milan: Gazidis esclusivo© LAPRESSE
Ivan Zazzaroni
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Scopro che Ivan Gazidis era un buon difensore centrale giunto a un passo dal professionismo. A Oxford, negli anni dell’Università - Teddy Hall il college - lo spostarono all’attacco, solo in seguito venne dirottato sulla fascia destra. I cambiamenti lui li incoraggia, le novità non lo spaventano. I carboidrati sì: gli procurano un dolore insopportabile al polpaccio negandogli la corsa del mattino oltre all’irrinunciabile partita con gli amici. Scopro inoltre che, dopo due anni e mezzo a Milano, preferisce ancora esprimersi in inglese: l’italiano l’ha imparato bene, tuttavia, essendo un inguaribile perfezionista, prima di esibirlo in contesti ufficiali vuole parlarlo correttamente. (Quando al momento dei saluti gli suggerirò di non preoccuparsi troppo della costruzione della frase e della fonetica, strapperò un sorriso ricordandogli che il fondo Elliott potrebbe non dargli il tempo di arrivare a esprimersi come un cruscante: siamo tutti maledettamente provvisori, anche i migliori).

Gazidis, come ci si comporta quando si ha Dio in casa?
«È stato sorprendente conoscere Ibra. È straordinariamente divisivo: o lo ami o lo odi. Penso che investa su questa caratteristica per motivare se stesso. È un uomo molto intelligente e ha anche un lato soft, che esprime nel rapporto con la squadra. Non è sufficiente ruggire come un leone sul campo per guadagnarsi il rispetto dei compagni. Sono molto utili i momenti - diciamo così - di tenerezza».

Ibra un po’ ci è e tanto ci fa, dunque.
«Sì, certo, una parte di lui è destinata all’immagine pubblica. Prevale comunque la componente motivazionale: Ibra non si accontenta mai, è sempre sopra le righe, il leone se lo sente addosso. E ovviamente non pensa di essere Dio».

Come disse Woody Allen: a qualcuno dovrò pure ispirarmi.
«Il desiderio di essere qualcosa in più, e di diverso, è nella sua natura. Il gruppo è fortemente stimolato dalla sua presenza. Ed è un fatto notevole che, a 39 anni, Ibra riesca ancora a competere a questi livelli e a essere così determinato a vincere – è eccezionale».

Ho l’impressione che lui e Pioli si completino: l’uno riceve qualcosa dall’altro.
«C’è un ottimo equilibrio. E come Ibra mi ha sorpreso per il suo lato tenero, così Pioli mi ha colpito per il carattere. Mi ha impressionato la forza di Stefano, oltre alla sua sensibilità».

Comunicate di continuo il claim “il Milan dei giovani” eppure vi affidate ancora a un trentanovenne e avete cercato il trentacinquenne Giroud.
«Quando arrivai al Milan, credo addirittura il primo giorno, dissi che avremmo costruito la squadra sui giovani, ma senza escludere elementi esperti che avrebbero rafforzato il gruppo dandogli una guida. Non ho mai detto no a Ibra. Anzi, fu lui a dirci di no un anno, non voleva lasciare i Galaxy. Ne favorii l’arrivo e, per di più, suggerii l’acquisto di Fabregas, che non andò in porto per altre ragioni».

Sia preciso: quando avete deciso di fare a meno di Donnarumma? Raiola sostiene che la scelta sia stata esclusivamente di Gigio.
«Non voglio rivelare i dettagli, né la tempistica, e non conosco i confini del rapporto tra Gigio e Raiola. Alla fine, ovviamente, la decisione è sempre del calciatore. Quello che posso dire è che Gigio è stato un professionista eccezionale, in ogni singolo giorno, e nell’ultima partita contro l’Atalanta non c’era nessuno più felice di lui per la qualificazione in Champions. Nutro una stima assoluta nei suoi confronti, così come rispetto le sue scelte. Nessun accento negativo. Ha fatto ciò che pensava fosse meglio per lui, e ci sono alcune ragioni dalla sua parte, ma non indico quali».

Donnarumma via, Romagnoli sul mercato, Ibra verso i quaranta: è in atto la deraiolizzazione del Milan?
«No, non è un nostro obiettivo. Non abbiamo alcun problema con Raiola, siamo in buoni rapporti. Certe decisioni vengono prese dai giocatori, non dai loro agenti. I singoli casi li analizziamo senza alcun pregiudizio» (...)

(...) Capitolo Superlega. Lei oggi è per il dialogo con l’Uefa o per le sanzioni? Figuravate tra i fondatori.
«La Superlega, per come era stata concepita, è morta. Tuttavia, i problemi che hanno portato a quel progetto rimangono inalterati. Tutti nel calcio, in particolar modo coloro che sono incaricati di regolamentarlo, devono riflettere seriamente sulle origini dei mali e su cosa si può fare - insieme - per ottenere un calcio migliore e sostenibile. Mi preoccupo quando si parla di vincitori e vinti, Non vedo vincitori. Mi auguro che non ci sia alcuna “rottura” (lo dice in italiano). Un processo si terrà alla Corte Europea di Giustizia, non sono un avvocato competente, ma il dialogo è sempre la soluzione più valida. Gianni Infantino ha detto qualcosa al riguardo, non mi faccia aggiungere altro... La gente parla di avidità. Il nostro club ha perso 200 milioni l’anno scorso. È forse da avidi provare a inseguire lo zero, il punto di pareggio? È da avidi affermare che saremmo felici se lo raggiungessimo? Perdere 200 milioni significa che qualcosa si è rotto. Non siamo un unicum, riguarda tutti». 

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