Stile Pioli, un trionfo da Special Normal

Compattezza, serenità, unione e razionalità: oltre alla sua idea di calcio ha trasferito al Milan tante risorse. Portando sempre nel cuore Astori
Stile Pioli, un trionfo da Special Normal© LAPRESSE
6 min
Alberto Polverosi

Non sono state solo le parole di Stefano a toccare e raggiungere l’animo di tutti nella sua profondità. Sono stati anche il modo, il tratto, lo stile, è stata la sua espressione a farne comprendere fino in fondo l’umanità. Stefano Pioli di fronte alla morte di Davide Astori, il suo capitano, ha riunito la squadra, la società e la città, ha incollato la Fiorentina a Firenze fino a trasformarle in un unico pensiero. «Perché l’eredità più grande che Davide ci ha lasciato è stato un seme, della compattezza, dell’unione, della serietà, della serenità e della passione e tocca a noi ora proteggere questo seme».
È un modo che a qualcuno può sembrare strano per iniziare il racconto di un professionista che ha appena vinto il primo scudetto della carriera, ma avendo conosciuto quest’uomo fin da ragazzo, fin da calciatore, possiamo assicurare che Pioli è proprio lì, in quelle sue parole pronunciate pochi giorni dopo la scomparsa di Astori e in quel suo sguardo sperso ma forte, disperato ma rassicurante. La tragedia era così grande che senza di lui avrebbe portato al tracollo. Con lui si è trasformata in energia.
È una persona perbene, per fortuna non l’unico di questo nostro assurdo mondo, ma ha dentro quello che si vede fuori. È cristallino. Da giocatore era perfino elegante. Nonostante i difensori della sua epoca (anni Ottanta) fossero per lo più gente rude, lui era duro ma non cattivo, era tecnico, pulito negli interventi, forse perché era cresciuto alla scuola di Gaetano Scirea. Giocando poco ha vinto tanto con la Juventus, uno scudetto, una Supercoppa d’Europa, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale, quella sera a Tokyo, contro l’Argentinos Juniors, entrò a metà ripresa proprio al posto di Scirea. Parma, Juventus, due anni di Verona, sei di Firenze dove vinse con Ranieri il campionato di Serie B, poi Padova, Pistoiese, Fiorenzuola e infine Colorno per chiudere la carriera sul campo divertendosi.
Da allenatore ha iniziato con i ragazzi del Bologna, squadra Allievi, dove ha vinto il titolo nazionale 2000-01. Ce l’aveva portato Oreste Cinquini: «Lo avevo conosciuto a Firenze, da giocatore, lo stimavo come persona. Poi, quando sono andato al Parma, poco prima di lasciare, l’ho voluto di nuovo con me». Ha guidato la Primavera dei rossoblù e del Chievo, ha fatto il salto con la Salernitana in B e due anni col Modena sempre in B arrivando ai play-off. Poi un doppio salto, dalla Serie B alla Serie A con le coppe, ma a Parma non gli è andata bene: a febbraio è stato sostituito da Claudio Ranieri, suo allenatore ai tempi di Firenze. “L’esonero per me era stata un’esperienza traumatica. Claudio però mi ha telefonato subito, prima di cominciare ad allenare, ed è stato molto delicato a telefono. “Stefano, questo è il lavoro e questa è la vita che abbiamo scelto”. Quelle parole erano la prova dell’umanità del mio ex allenatore». Abbiamo ritrovato questo ricordo nel libro “Metodo Ranieri”. Sono parole di Pioli. Lo stile, appunto.
Per riprendersi in fretta è tornato in B a Grosseto, poi Piacenza, infine Sassuolo perdendo la promozione sempre ai play-off. Di nuovo in A col Chievo e l’anno dopo a Palermo si è imbattuto in Zamparini che l’ha assunto e licenziato prima dell’inizio del campionato per l’eliminazione ai preliminari di Europa League contro gli svizzeri del Thun. Il primo vero periodo di Pioli in Serie A va collocato a Bologna, due anni e mezzo con finale amaro per l’esonero firmato dall’allora presidente Guaraldi. Pioli era rimasto deluso dalla campagna acquisti e (soprattutto) cessioni del Bologna, se n’era andato Gilardino e venne ceduto anche Taider (all’Inter), suo punto di riferimento in campo.  
A Bologna era iniziata la parte più ricca e interessante della sua carriera. L’anno dopo lo ha ingaggiato Lotito per consegnargli la Lazio con l’eredità di Reja. Ha portato la squadra ai preliminari di Champions League dopo 8 anni ma a metà della seconda stagione altro esonero dopo un derby perso 1-4. Il terzo gol della Roma, quello che aveva chiuso la partita, portava la firma di Alessandro Florenzi, lo stesso giocatore che ha chiuso anche la partita decisiva di Verona, stavolta però dalla sua parte. È qui, alla Lazio, la sua storia, il senso di questo scudetto se visto dalla sua parte, una curiosa rivincita. Simone Inzaghi, da ex allenatore della Primavera biancoceleste, aveva preso il suo posto sulla panchina della prima squadra, erano in buoni rapporti, ogni tanto d’estate si vedevano anche in vacanza a Formentera e tutt’e due, dopo la Lazio, hanno trovato posto all’Inter. Pioli c’è rimasto poco, Simone spera di rimanerci a lungo.  
Dall’Inter alla Fiorentina, dove Stefano si è dimesso per un comunicato del club che aveva toccato la sua professionalità, lasciando la squadra al 10° posto e in semifinale di Coppa Italia. Poteva tornare al Bologna quando è spuntato il Milan. Il 9 novembre 2019 ha preso il posto di Giampaolo. Prima stagione al 6° posto con qualificazione all’Europa League, seconda stagione campione d’inverno, secondo posto finale e squadra in Champions League. Terza stagione, l’impresa. Il primo scudetto a 56 anni. È lo scudetto di un grande allenatore e soprattutto di una persona perbene.

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