“Amorim come Sacchi, il Milan deve centrare la Champions": l'intervista a Filippo Galli

Il commento dell'ex calciatore rossonero sul nuovo allenatore portoghese e non solo. Su Leao: "La soluzione migliore sarebbe separarsi"
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Antonio Vitiello

Pubblicato il 26.06.2026, 11:19

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Quindici stagioni al Milan, una valanga di trofei vinti tra cui tre Champions League e cinque scudetti, Filippo Galli da conoscitore di calcio e settori giovanili ha approvato l’arrivo in rossonero di Ruben Amorim. 

 L'intervista a Filippo Galli

Cosa ne pensa della rivoluzione di Cardinale? 
«Una rivoluzione che, in realtà, non c’è stata. È stato giusto da parte della proprietà fare una scelta forte e non confermare alcune figure, soprattutto dal punto di vista tecnico. L’obiettivo era qualificarsi alla Champions e questo obiettivo non è stato raggiunto. Ma al di là del risultato, conta il processo. E il processo non ha lasciato nulla».

Si riferisce al gioco dell’anno scorso?
«Il gioco è stato quello che abbiamo visto e l’unica cosa che avrebbe potuto salvare tutto era il risultato, che però non è arrivato. Purtroppo il Milan deve ripartire da capo. Dal punto di vista identitario bisogna ricostruire molto, sia nella proposta di gioco sia nell’idea di calcio. Amorim può rappresentare una garanzia».

Un mese per scegliere la dirigenza...
«Molti hanno sottolineato l’incongruenza di aver scelto prima l’allenatore e solo successivamente definito una struttura societaria e una governance precisa. Ora però l’importante è non perdere altro tempo e costruire una squadra che possa tornare almeno per la Champions».

Si parla di un modello Liverpool. Può funzionare?
«Non si possano ignorare dati e tecnologie. È un approccio che richiama il concetto di Moneyball applicato allo scouting. Tuttavia, questo tipo di metodologia si basa prevalentemente su aspetti tecnico-tattici e atletici. Esistono poi aspetti più umani che il dato non può raccontare».

Serve sempre l’esperienza di un dirigente…
«Si, è necessario trovare un equilibrio, soprattutto in un contesto culturale come quello italiano, dove le relazioni hanno un peso specifico. È importante capire come un giocatore possa adattarsi a una realtà come Milano, a una società storica e vincente come il Milan, a uno stadio come San Siro».

E questi aspetti come li noti? 
«Sono cose che puoi comprendere davvero soltanto conoscendo il giocatore più a fondo e non limitandoti ai numeri. Per questo credo poco alla replicabilità di modelli come quello del Liverpool».

Poi c’è la storia di un club… 
«Ogni club ha una storia, una cultura e un contesto differenti. Bisogna conoscerli e agire di conseguenza. Io mi affido molto ad Amorim, perché mi sembra tra tutti quello con la maggiore conoscenza dei giocatori e delle caratteristiche necessarie per sviluppare il calcio che ha in mente».

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Può essere l’uomo giusto? 
«A me piace molto. Per certi aspetti mi ricorda Arrigo Sacchi: per l’idea di calcio, per la meticolosità nel lavoro e per l’attenzione ai dettagli. Questo mi fa ben sperare. Inoltre è uno che lavora sui giocatori che ha a disposizione».

Chiede anche un certo mercato... 
«Certo, preferisce determinati profili, ma non è uno che si arrende se non ottiene tutti i giocatori richiesti. Serve pazienza da parte della società e, per quanto possibile, anche da parte dei tifosi».

Il supporto della società diventa fondamentale… 
«Assolutamente sì. Negli ultimi anni abbiamo visto cosa succede quando chi dovrebbe sostenere un progetto finisce per indebolirlo. Non faccio nomi, ma sappiamo tutti a chi mi riferisco. Invece di aiutare il gruppo a raggiungere gli obiettivi, è diventato quasi un elemento di disturbo. Non va bene».

L’avventura di Leao al Milan è terminata? 
«Per entrambe le parti la soluzione migliore sarebbe separarsi. Naturalmente molto dipenderà dalla volontà del giocatore e da quella di Amorim. Ma ho la sensazione che sia arrivato il momento di chiudere un ciclo. Bisognerà capire quale valore il Milan riuscirà a ottenere da una eventuale cessione».

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Terrebbe ancora Modric? 
«Questo dipende soprattutto da lui. Se ha ancora la voglia e la convinzione di continuare, credo possa essere molto utile. Può dare ancora molto all’interno dello spogliatoio. Per questo non lo lascerei andare con leggerezza. Allo stesso tempo inizierei a dare più spazio ai giovani, a esempio Jashari e Ricci, che hanno avuto meno opportunità anche per la presenza di Modric»

Quali sono i due giocatori dai quali ripartirebbe? 
«Faccio sempre il nome di Gabbia, perché rappresenta il milanismo, perché è cresciuto nel settore giovanile e perché è sempre stato affidabile. In mezzo al campo direi Rabiot. Chi non è pienamente convinto del progetto o non dà garanzie deve essere messo in discussione. Il Milan ha bisogno di certezze e di ripartire da giocatori che abbiano davvero voglia di costruire qualcosa». 

 

 

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