Allan esclusivo: “Napoli, vincerai presto”

La profezia del mediano dell’Everton: "Ogni volta che posso vedo le gare degli azzurri da tifoso. Torno in città spesso perché l’amo molto"
Allan esclusivo: “Napoli, vincerai presto”© ANSA
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Antonio Giordano
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NAPOLI - La voce è uno specchio dell’anima: e quando sul proprio smartphone Allan Marques Loureiro scopre che a cercarlo è un giornalista dall'Italia, l’istinto lo spinge a rispondere con un vocale limpido e perfetto. «Ok, parliamone». In quel tono placido come le acque d’un lago, nella padronanza d’un vocabolario che insegue sempre il sostantivo o l’aggettivo giusto - «spero di non aver dimenticato, ma Udine e Napoli mi hanno insegnato anche espressioni dialettiche» - Allan insegue un po’ se stesso, senza desiderare rivincite ma narrando, come se dinnanzi a sé avesse un leggìo, cosa è stata la sua Italia, quali siano state le proprie emozioni - dolore incluso - e dove s’adagino verità personali, rimaste nell’ombra o nel gorgheggio altrui. E’ un viaggio lucidamente sereno, mai un’impennata o il sintomo di un accaloramento, che parte da Firenze, la notte di uno scudetto rimasto sospeso, continua in quella Parigi sfiorata, s’intrufola tra le pieghe della «ribellione» al ritiro del Napoli, l’ammirazione per Sarri e per Ancelotti, la differenza colta tra Serie A e Premier e un punto esclamativo da mettere su una storia che non «doveva finire così».  

Per cominciare, come va? 

«Adesso meglio. Dicono che entro sei settimane starò bene e potrò ricominciare a correre normalmente. Ho dovuto operarmi, perché i dolori agli adduttori erano diventati insopportabili. Non appena ci siamo salvati con l'Everton, sono venuto in sala operatoria». 

Avete tremato, sino alla penultima: partita per cuori forti contro il Crystal Palace. 

«È stata una stagione cominciata male, che ha rischiato di finire peggio. Fortunatamente, è andata bene. Reazione di carattere, di personalità. Ma l’Everton merita di più. Società straordinaria, non ci manca nulla». 

Di Allan si (ri)parla in Italia. 

«Ho rispetto di ciò che viene scritto ma a me non è arrivato alcun segnale. Io penso che il mio destino professionale rimarrà immutato. Resterò all’Everton, per quello che ne so: io in Inghilterra ci sto bene, ho la stima di un club del quale sono orgoglioso, con strutture impressionanti e al quale devo rispetto». 

La sua Italia è Udine, è Napoli. 

«Tre anni al Nord, che mi hanno formato ed introdotto nel Paese; cinque al Sud, dove mi sono completato ed ho scoperto una felicità anche estrema. Devo un grazie a chiunque, la mia famiglia e io abbiamo ricevuto tanto. E non è un caso che spesso, anche durante le soste del campionato, torniamo nei luoghi in cui abbiamo vissuto. Napoli è meravigliosa, non smetterò mai di amarla». 

È la città dello scudetto perduto. 

«Di un dolore che ricompare ogni volta che ci penso. Giocavamo un calcio raffinato, come nessun’altra squadra sapeva fare. In genere, nel calcio, viene ricordato chi vince; invece, fateci caso, se si cerca un riferimento tecnico del recente passato, spesso si cita quel Napoli. Una sintonia unica, la squadra più bella». 

A Firenze, bruciaste un sogno. 

«Accadde alla vigilia, davanti alla tv, nel momento in cui ci rendemmo conto che era finita, perché la Juventus, che vinse in casa dell'Inter, a quel punto aveva un calendario agevolissimo. Capimmo, in quella serata, quanto sia difficile vincere il campionato in Italia. E fu sotto gli occhi di tutti. Noi ci trovammo senza energia, eravamo distrutti, quel risultato divenne per noi frustrazione». 

Andiamo per ordine: a un certo punto, gennaio 2019, lei sta per andare al Psg...

«Diciamo che era fatta». 

Si può dire che fu una delusione? 

«Si può dire. E va spiegata. Io a Napoli ero e sono felice anche adesso che ci torno. Ma quella diventata una opportunità grossa e una esperienza - anche di vita - nuova». 

Il suo procuratore incontra a Roma, in un albergo, insieme a Giuntoli, il management del Psg. 

«Pareva un’operazione utile a chiunque ma venne fuori una richiesta ritenuta esagerata». 

E poi si arriva all’ammutinamento: 5 novembre 2019, al termine di Napoli-Salisburgo. 

«Vicenda triste, sulla quale sono state riportate inesattezze. Ma io non vorrei adesso starne qui a parlare. E comunque la verità non si è mai saputa». 

Ci dica la sua. 

«Intanto, sgombero il campo da una falsità: che i calciatori fossero contro Ancelotti». 

Lei passò uno dei promotori. 

«Ruolo che mi venne incollato addosso e ho dovuto condividere con un paio di miei compagni, con Lorenzo ad esempio. Mentre, invece, quella fu una scelta di gruppo e il Napoli sapeva che ritenevamo ingiusto andare in ritiro». 

Fu una serata assai turbolenta, con picchi di nervosismo nei quali venne coinvolto lei. 

«Passai, con Insigne, come uno dei capi. Io che ero infortunato e che potevo non essere lì, che non giocai quella volta, scoprii di essere ritenuto un ideologo della sommossa. C’è chi aggiunse che ce l’avevo con Carlo, la persona più speciale che abbia incontrato e che mesi dopo mi avrebbe voluto con lui all’Everton. Ci furono malintesi che si sarebbero potuti chiarire, ma venne imposto il silenzio stampa e quindi fu impossibile parlarne». 

Cosa avreste detto, se aveste potuto? 

«Che noi eravamo tutti con Carlo. Punto». 

In quel momento, si ruppe (ovviamente) qualcosa. Ma quando arriva Gattuso a, sorpresa, squilla il suo telefono... 

«Ho avuto ottimi rapporti anche con lui, che da calciatore è stato un modello. Fu diretto, mi riteneva importante, e la società mi propose il rinnovo. Però volevo andar via, volevo sorridere, la mia immagine era uscita macchiata mentre io sono una persona seria». 

Napoli le dimostra riconoscenza ogni volta che ci torna. 

«E succede spessissimo. Quell’affetto è il mio scudetto morale». 

Andò all’Everton e si lasciò alle spalle un bel po’ di non detto. 

«Scrissi un messaggio a De Laurentiis, per ringraziarlo dell’opportunità che mi aveva dato e per cinque anni, di vivere a Napoli, di far parte di un pezzo della Storia del club. Non portavo rancore per ciò che era successo, si stava chiudendo un ciclo e una relazione. Peccato non abbia mai ricevuto risposta». 

Ha l’antenna puntata spesso sul suo vecchio stadio. 

«Ogni volta che posso, guardo il Napoli. Io ne sono tifoso. A un certo punto, ho pensato potesse farcela. Ma il terzo posto è un gran risultato. Ottenuto senza mai correre il rischio di ritrovarsi fuori dalla Champions e restando anzi incollato allo scudetto sino a poche giornate dalla fine». 

In Inghilterra non vi siete fatti mancare nulla.

«Le ultime due giornate, sono state un intreccio di paura e di felicità. Partite fantastiche, con uno stress quasi insostenibile. Il City che a un quarto dalla fine è sotto di due gol in casa e fa tre gol in cinque minuti è la sintesi della Premier. Non si molla mai, grande intensità». 

Il calcio di e per Allan. 

«Io mi ci ritrovo, così come è stato divertente in Italia. L’amore di Napoli è il mio trofeo e io lo colgo per strada o nei rapporti che ho conservato. Quel quinquennio è stato strepitoso, squadra indimenticabile: penso a Reina, penso ad Albiol che alla sua età è ancora arrivato in semifinale Champions; penso a Lorenzo al quale auguro tutto il bene del mondo in Canada; penso a tutti e sogno che l’anno prossimo il Napoli vinca lo scudetto». 

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