Napoli, il gioco di Spalletti: pensieri e parole

Lavoro e messaggi giusti per la rivoluzione: è la sua grande occasione e vuole tenere tutti sul pezzo. Anche dopo un trionfale 6-1...
Napoli, il gioco di Spalletti: pensieri e parole© FOTO MOSCA
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Roberto Maida
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Sembrava scontento anche ad Amsterdam, dopo aver disintegrato l’Ajax. Ma aveva un obiettivo preciso, imparato dall’esperienza di 27 anni in panchina: mantenere l’equilibrio nel periodo dei grandi sogni. Luciano Spalletti in cuor suo sente di vivere un’occasione. E si adopera, anche nella comunicazione, perché nessuno si senta arrivato al traguardo quando non si scorgono ancora all’orizzonte le asperità del percorso. Calma, domani c’è allenamento e si ricomincia da capo.

Spalletti è il genio della squadra più bella d’Europa

Nella sua carriera è spesso stato divisivo, adorato oppure detestato, perché ha preso decisioni forti. Temerarie, quasi. Nella Roma, nell’Inter, nel Napoli. Gestire il tramonto di tre capitani era obiettivamente difficile. Eppure lui se ne è fatto carico, accettando i rischi. E i fischi. Oggi Spalletti è il genio della squadra più bella d’Europa, che riduce in due anni gli stipendi da 130 a 70 milioni e però domina a colpi di gol il girone di Champions League. Il trionfo delle idee. L’allenatore che insegna, accende, discute, travolge si sta intrufolando nella sala vip dei colleghi più vincenti e celebrati, con la sfida più ambiziosa: scrollarsi di dosso l’etichetta di incompiuto, di professionista bravo ma non bravissimo, quello che viene sempre giudicato da 7 ma mai da 9. Ci sono riusciti già Ancelotti e Pioli, per fare due esempi, perché non dovrebbe succedere a Spalletti?

Rivendicazioni

Non che sia un parvenu del suo mondo, eh. Per 14 anni è rimasto l’ultimo allenatore capace di vincere a Roma, prima dello sbarco trionfale di Mourinho. In quell’avventura giocò due volte di fila i quarti di Champions. Ha festeggiato in Russia, con lo Zenit, dove aveva le credenziali per riuscirci. Nella Roma bis è partito da un quinto posto e se ne è andato con il secondo abbellito dal record di punti, lasciando però il primato amaro (oggetto persino di una fiction) di aver accompagnato l’addio di Totti, oltre a qualche delusione nelle coppe. Ha riportato l’Inter e lo stesso Napoli in Champions. Ma non ha mai superato il passaggio a livello che conduce nel privé dei migliori, pur conoscendo la materia come pochi. Non ha mai cercato sponde mediatiche - questo gli va riconosciuto senza equivoci - e forse non è stato abbastanza interessato a farsi capire. E’ così: Spalletti non non ispira simpatia né empatia, non perché litiga periodicamente con i giornalisti ma perché non ha mai stabilito un legame simbiotico con l’ambiente in cui ha lavorato. Questione di carattere e di sostanza. Gli piace allenare i giocatori, non i tifosi o i media.

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Bacchettate ai giocatori

Hanno colpito i due rimproveri pubblici a Kvara, prima a Glasgow e poi ad Amsterdam: contro l’Ajax stava per mangiarselo dopo una scelta offensiva sbagliata. Ma anche questa è una strategia. Se gli elogi vengono rivolti a un solo giocatore, perché talentuoso e appariscente, i compagni di squadra possono soffrire di gelosie o addirittura mutuarne i difetti senza possederne i pregi. Almeno così la vede Spalletti. Che nei fatti però al georgiano non rinuncia mai. Lo considera un potenziale esplosivo da maneggiare con cura: lo ha voluto conoscere invitandolo nella sua casa di Milano, prima che il Napoli lo comprasse, proprio per capire se avesse la testa per gestire il salto di qualità, dopo aver frequentato al massimo il campionato russo. E’ stato facile comprendere che la scelta fosse corretta. Idem Raspadori, un centravanti che ha movimenti da trequartista o da ala. Prima o poi, vedrete, Spalletti troverà il modo di farlo giocare con Osimhen. L’ultimo ritocco che serve per un Napoli da scudetto. O chissà cos’altro.

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