Reina: "Napoli super, come il mio"

Sabato 17 torna nella città che ama con il Villarreal per l’amichevole contro gli azzurri: "Una serata speciale, rimetterò in ordine i ricordi accantonati nel mio cuore"
Reina: "Napoli super, come il mio"© LAPRESSE
Antonio Giordano
8 min

L ’uomo che prese a calci le convenzioni e anche i riti e persino le paure, viaggiava già venti anni fa in anticipo sulle mode: e quando ancora la costruzione dal basso non s’era ancora infilata nel vocabolario, Pepe Reina afferò i luoghi comuni a pedate ma con l’eleganza d’un centrocampista. L’uomo in più, ma si era capito, sapeva dove arrivare - collo pieno, interno, palleggio e parabola arcuata - e disegnava un orizzonte all’epoca sconosciuto: stavamo entrando in una dimensione nuova, ma senza ansia, e per galleggiare in quell’universo, servivano le parabole, una parata di «novità» racchiusa in fondo in un gesto tecnico. Pepe Reina ha vinto ovunque e qualsiasi cosa potesse entrare nel salotto di casa (campionati in Germania; Coppe in Spagna, Inghilterra e Italia; Supercoppe; Europei; Mondiali), il resto l’ha lasciato a fuori, a disposizione del calcio che gli girava intorno. Era la leadership, sistemata anche oltre la porta...

Reina ma lei sa che per l’amichevole Napoli-Villarreal si va verso l’esaurito?

«Conoscendo Napoli, immagino che non stia scherzando».

Che effetto le fa?

«Non vedo l’ora di godermela, perché quella del 17 dicembre per me sarà una serata speciale. Rimetterò in ordine i ricordi, che sono accantonati nel mio cuore, e mi calerò in un ambiente meraviglioso, che conosco perfettamente per averlo potuto vivere da protagonista».

Reina-Napoli è stato amore a prima vista.

«Mi sono inserito subito nella città, che ha accolto me e la mia famiglia con sentimenti travolgenti. Mia moglie e i miei cinque figli verranno a vedere la partita, un pretesto per starsene un po’ in giro in quelli che sono stati i luoghi dei nostri quattro anni ma anche un modo per andare a salutare tutti gli amici. E ne abbiamo tanti, mi creda. A Napoli c’è un popolo che ti conquista».

Benitez l’ha celebrata recentemente in tv: Reina fu il nostro uomo-chiave, il leader; era lui che faceva la differenza.

«Con Rafa - al quale va il mio grazie - c’è un rapporto straordinario che si perde nei secoli, mi verrebbe da dire scherzandoci su. Ma il segreto di quel Napoli fu quel capolavoro di mercato, l’allestimento di una squadra che è durata e poi la forza del gruppo. In una società che si era comportata già egregiamente, come sottolineavano i risultati, l’irruzione di Benitez diede nuovo slancio e servì per completare il Progetto ed ampliarlo.».

La Coppa Italia, con lei in porta; poi la Supercoppa, a Doha, quando Reina era andato al Bayern.

«Il Napoli cominciò ad avere un respiro internazionale. E da quel momento il suo ruolo si è ingigantito, perché ha continuità a livello europeo, fa le Coppe sempre, ora è addirittura protagonista in campionato e in Champions e con un calcio che è spettacolare. Vuol dire che c’è del buono in quello che è stato costruito nel passato».

Lo scudetto è stato vicino due volte: nel 2016 e lo perdeste a Udine, in una domenica in cui lei era influenzato; nel 2018, a Firenze.

«Una ferita che è rimasta aperta, perché non puoi non vincere con 91 punti. Ma andò così e il dolore venne acuito dalla considerazione che quel Napoli lì giocava un calcio stellare, capace di spargere allegria. Un po’ come questo di Spalletti, mi pare».

Lascia Napoli, va al Milan e trova un napoletano di Castellammare, un bambino, all’epoca, di 19 anni, già titolare da tre stagioni.

«Donnarumma è un predestinato, un riferimento certo - per lustri interi - del calcio. E, se mi consente una ovvietà, anche uno dei più forti al mondo»

Mentre lei parte, a Castel Volturno, guarda un po’, arriva Meret: che intreccio!

«Stava per decollare nella sua fase evolutiva e lo fermarono gli infortuni. Si sta riprendendo, e bene. Il Napoli ci vede bene con i giocatori e anche con i portieri».

Due anni alla Lazio, prima di tornare alla casa-madre, il Villarreal.

«Nel primo, con Inzaghi, arrivai per essere il vice di Strakosha, poi le situazioni momentanee capovolsero le gerarchie e giocai tanto. Un po’ meno nel campionato successivo, con Sarri, un grandissimo che ha avuto modo - ovviamente più per quello che abbiamo vissuto assieme a Napoli - di entrarmi dentro».

Ora sono in parecchi bravi, e guai se non lo fossero, ma la costruzione dal basso l’ha lanciata lei.

«Mi sono portato avanti, perché nella vita sono stato fortunato ad incontrare Frank Hoek, preparatore dei portieri di Van Gaal da sempre e quindi anche al Barcellona, uno dei padri della scuola Ajax, un precursore capace di anticipare concetti che sono i divenuti il caposaldo di questo mondo».

Il modernismo catalano applicato al calcio.

«Io sono cambiato con Frank Hoek, poi ho lavorato su di me e su quegli insegnamenti che mi sono portato appresso e che mi sono serviti in questa interpretazione nuova di un ruolo che non poteva rimanere eternamente vecchio. Nella vita è sconsigliato non cogliere i mutamenti e quindi non aggiornarsi».

La sua parata più bella - quella della vita, scrisse qualcuno - viene facile ricordarla.

«All’Olimpico, contro la Roma, marzo 2017, vincevamo 2-1, una sfida che ha un sapore particolare: mancava un minuto e forse meno, tira Perotti, la palla viene sporcata da qualcuno, io sono in contro tempo, perché sto andando dall’altra parte, torsione, colpo di reni, manata, sfera sulla traversa e poi con un piede la butto in angolo. Ho visto compagni esultare. E anche io».

La domanda un milione di dollari: chi è il più bravo tra i portieri di oggi?

«Non mi piacciono le classifiche e poi ognuno ha il suo stile. Ho preferenze per quelli che vengono quasi unanimemente riconosciuti fenomenali - Alisson, Courtois, Oblak, Neuer, Donnarumma e Ter Stegen - e che hanno qualità fisiche e tecniche indiscutibili».

L’interrogativo da 100 milioni di dollari: per chi tifa uno che ha giocato con Napoli, Milan e Lazio, che all’Inter ha un allenatore con cui ha allenato?

«Penso che si sappia, non è un segreto, e non c’è neanche bisogno che io lo dica. Tutto chiaro».

Pensa anche che lo scudetto, con otto punti di vantaggio, sia già indirizzato?

«Neanche a sospettarlo. Il campionato è lungo, adesso si entrerà nel vivo. Poi, se si può dire, servirà anche una botta di....Meno infortuni, condizione sempre esuberante, un episodio che ti gira nel momento giusto, pure un errore arbitrale che possa incidere in un senso o nell’altro».

Non ha detto chi lo vincerà questo scudetto.

«E stia sicuro che non glielo dico. Io sono scaramantico, e indovini un po’ perché? E quindi, andiamo avanti».

Il Mondiale è entrato nel vivo e il colpo basso dell’eliminazione della Spagna è freschissimo.

«Ed è tremendo. Ma il calcio è impietoso. Bisogna guardare avanti e superare questo momento. La finale è scritta, adesso: Francia-Brasile, non si scappa. Erano le favorite prima che si cominciasse, lo sono a maggior ragione adesso che hanno dimostrato la loro forza».

Ha scelto cosa far fare a Pepe Reina, 41 anni il prossimo 31 agosto, da grande?

«L’allenatore. Almeno su questo non ho dubbi».

Ne ha avuti tanti, e tutti di profilo alto-altissimo, ne può indicare uno solo come riferimento.

«I miei rapporti con i tecnici sono sempre stati improntati alla lealtà e direi che è stato bello confrontarsi con ognuno di loro. Sono legato a tanti e da chiunque ho ricevuto: da Aragones - che Dio l’abbia in gloria - a Guardiola, da Sarri a Del Bosque, da Benitez a Van Gaal c’è stato modo di avere dialoghi più o meno frequenti. Ma visto che lei mi obbliga a scegliere rigorosamente, le dico che punto su Gattuso: mi è bastato poco al Milan per apprezzarlo e pensare che un giorno, dovesse succedermi, mi porterò qualcosa di Rino in panchina» .


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