Napoli, Zielinski e il ritorno al futuro per una notte: con il Milan è “quasi” derby

A giugno si trasferirà a Milano per giocare con l’Inter. Fuori dalla nuova lista Champions, ma titolare a sorpresa contro i rossoneri
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Antonio Giordano

NAPOLI - Vi sto che è stato in tema, otto anni mica un giorno, uscendo da se stesso, da un film ch’è stato incantevole (“La grande bellezza”), dopo aver attraversato per un attimo o anche più, “C’eravamo tanto amati”, Piotr Zielinski pigia su un tasto non a caso e si proietta di “Ritorno al futuro”: casa sua, tra un po’, diventerà quel teatro affascinante con la divisa dell’Inter, la chiamano - giustamente - la Scala del calcio - avrà modo di viverla e assorbirla per un tempo che gli apparterrà, la sentirà propria, com’è ancora giusto che sia, e però, ed è inevitabile, trascinerà con sé gli addobbi di un’esistenza romantica, il profumo del passato, la salsedine che finirà per stuzzicargli (pure) la nostalgia e quei giorni - 2.887, mica uno - che dal 4 agosto del 2016 al 30 giugno 2024 avranno scandito un’epoca sentimentale che l’ha segnato nella profondità dell’anima. 

I ricordi di Zielinski

Quando stasera comincerà Milan-Napoli, e a lui (molto probabilmente) toccherà imboccare il tunnel che spalancherà poi al palcoscenico dominando le emozioni che lo tengono sospeso nell’aria, ci sarà modo di ripensare alla sua giovinezza gonfia del suo talento, a quel vissuto che (per ora) è rinchiuso tra i profumi di 355 partite, l’euforia dei suoi 50 gol e di una quarantina di assist, lo scudetto smarrito in un albergo a Firenze ma quello stravinto appena otto mesi fa e celebrato a modo suo, abbandonandosi nell’erba fradicia di Torino, dopo aver battuto la Juventus, la foto iconica che rappresenta l’estasi e pure un senso di appartenenza che sta al di là della cornice. 

Un giocatore moderno

Zielinski è il centrocampista moderno che irrompe nel Napoli di Sarri per dare impulso ad un ciclo già ricco di genialità e da quel momento ancor più fertile, fuso con le veroniche d’un centrocampista buono per far tutto - mediano, mezzala, trequartista, (quasi) regista, esterno alto e sotto punta, c’è qualcosa che forse non ha fatto? - e capace persino di orientare l’umore d’uno stadio intorno alle sue contraddizioni, severamente sistemate sotto ad una lente d’ingrandimento per capire quanto fossero grosse le proprie luci e dove si allungassero le ombre di una presunta discontinuità. Perché Zielinski ha rappresentato l’evoluzione tout court in una intelligenza che s’è portato addosso e non ha mai smarrito, pur nelle umane pause, l’ha spalmata tra le linee o dove servisse avere percussioni ed eleganza, intuizioni ed equilibrio.  

Zielinksi, perché no?

A ventitré anni (cit. Sarri) pareva somigliasse a De Bruyne, nelle movenze o nella espressione solenne delle giocate; a venticinque, se non fosse stato congedato in anticipo, di lui Ancelotti avrebbe tentato di farne un Pirlo; a trenta (il 20 maggio), nell’età della piena consapevolezza, saluta a parametro zero perché può succedere se non c’è un accordo economico e forse neppure più la percezione della fiducia, in un addio che si è andato avvelenando, fino a quando i suoi muscoli (?) non hanno smesso di affaticarsi per quel po’ di riferimenti allusivi e anche irriconoscenti, almeno quanto l’esclusione dalla lista Champions, la ribalta che gli è stata negata e che proverà a regalarsi, con il Napoli, come testamento da aggiungere alla Storia, nella quale c’è anche lui.  


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