Napoli, missione Conte: l'obiettivo di Antonio è fare meglio di Maradona
A Napoli il sogno del secondo scudetto di fila ha sempre partorito mostri. E ha sempre coinciso con annate diventate tristemente indimenticabili. Nel 1988, il più forte Napoli di Maradona, certamente quello più spettacolare (l’unico con Diego, Giordano e Careca), produsse un suicidio sportivo che ancora oggi alimenta discussioni in città. La gioiosa macchina da guerra non resse al duplice conflitto: quello interno, con Ottavio Bianchi a dir poco mal sopportato dallo spogliatoio; e quello esterno, con la nascente corazzata del Milan berlusconiano guidato dall’ex sconosciuto Arrigo Sacchi, Gullit e compagnia. Nel 1991, dopo il secondo tricolore scippato proprio al Milan, il Napoli di Ferlaino visse la stagione che condusse al lungo oblio. Fu l’annata del disfacimento. Maradona sempre più vittima della sua dipendenza. Ferlaino cominciò ad annusare i primi scricchiolii di un sistema politico che non avrebbe più retto (di lì a pochissimo arrivò Tangentopoli). Luciano Moggi, da grande segugio, lasciò proprio il giorno di Napoli-Bari partita tristemente celebre perché il controllo antidoping certificò la fine dell’avventura napoletana di Diego. Quel Napoli finì ottavo.
Il Napoli dei tre allenatori, poi l'arrivo di Conte
È andata persino peggio due anni fa, dopo la conquista del sospirato terzo scudetto. La peggiore annata del Napoli di De Laurentiis. Una vittoria arrivata dopo tanto tempo. Troppo. Con il presidente prigioniero dei fumi del successo, convinto che l’apporto di Spalletti e Giuntoli fosse stato sopravvalutato. Tre allenatori. Persino il ritorno di Mazzarri. Un clima da Borgorosso. Decimo posto e futuro nero. Prima del rinsavimento presidenziale e dell’arrivo di Antonio Conte. Rivincere è sempre complesso. Ovunque. Lo sa bene lo stesso tecnico che in fondo ci è riuscito soltanto a Torino dove con la sua Juventus di scudetti di fila ne vinse tre. Al Chelsea, dopo la vittoria in Premier, finì quinto e si separò. All’Inter non se l’è nemmeno giocata. Salutò all’indomani dello scudetto per i primi smottamenti che avrebbero poi portato alla fine dell’era Suning. Gli dissero di tutto. Lo scorso anno si è preso una rivincita che vale una vita intera.
