Una vita azzurra, gloria e baldoria
Aspirante scrivano napoletano su carta inchiostrata, rileggendo il maledetto Hemingway per darmi un tono e copiarne lo stile, mi rincantuccio nella tribunetta-stampa dello stadio del Vomero, inizi anni Cinquanta, tra i draghi e le volpi del corpo otto su otto dell’epoca. Ed eccomi all’ombra di Arturo Collana, alto e grosso, che chiamavamo lo sceriffo e assomigliava a John Wayne, l’americano dei western, Mimì Farina piccolo e dinamico, Mario Argento medico e poli-atleta, Ninò Bruschini che aveva giocato nel Naples, l’immenso Pio Nardacchione, il mite Ugo Irace, l’aristocratico Armando Andreassi, Ciro Buonanno, Giuseppe Filosa, che aveva scritto il drammatico resoconto del primo Juve-Napoli a Torino nel 1929, e Carlo Di Nanni dalle temutissime previsioni (dopo una di queste affondò l’Andrea Doria e scricchiolò il parapetto della tribuna del Vomero con molti feriti dopo che scrisse “quando finalmente segnerà Lustha lo stadio verrà giù”, Lustha segnò il primo gol al Bari, tribuna parzialmente giù).Erano i burberi maestri del mio tempo giovane. Ninò Bruschini mi raccontò il Napoli di Ascarelli, Garbutt e Sallustro. L’alto magistero di Arturo Collana era semplice e chiaro: se il Napoli perde, è colpa degli arbitri.
Ho otto anni meno del Napoli, ho seguito la squadra azzurra dal Vomero a oggi
Ho otto anni meno del Napoli. Spero anch’io di farmi un centenario prossimamente. Ho seguito la squadra azzurra dal Vomero a oggi. Il mio primo Napoli, vuoi mettere, uno squadrone! Castelli e Granata due mediani di tecnica raffinata, avrebbero potuto giocare con Xavi e Iniesta nel Barcellona. E Celso Posio, il più elegante a centrocampo. Vinse 1800 lire al Totocalcio fallendo un solo pronostico, la vittoria del Napoli sul Milan. Casari parò col sedere un tiro-gol dello juventino Praest. Bruno Gramaglia, genovese, che passò una vita nel Napoli, una volta rimase aggrappato per cinquanta metri alla maglia di Nordahl, il pompierone svedese del Milan (peso: un quintale) senza riuscire a fermarlo e il quintale andò a segnare. Vinyei, ungherese, apolide, terzino, aveva un tiro potentissimo e un giorno Monzeglio lo schierò centravanti! Ivo Suprima era un fuoriclasse slavo. Mi raccontava Pesaola che la moglie spaccava il cuore tanto era bella. Dolo Mistone, vomerese, aveva una lamentela puntuale: “Il primo terzino fluidificante sono stato io, non Facchetti”.
Il Vomero non era uno stadio, ma un tinello dove star pigiati come sardine
Il Vomero non era uno stadio. Era un tinello dove stavamo pigiati come sardine. Trentamila posti, quarantamila spettatori! Nelle giornate di pioggia una fungaia di ombrelli. Spettacolare. Domeniche di gioia e sopraffazione. Invasioni di campo. La colpa era degli... arbitri. Bugatti, in porta, era il gatto magico. Lauro l’aveva comprato dalla Spal scrivendo la cifra su un pacchetto di sigarette e invitò il presidente spallino Mazza ad andare a riscuotere in banca senza problemi. Arrivò Pesaola e fu subito affetto grande. Abitavamo nello stesso quartiere, l’Arenella, più su del Vomero. Vicini di casa. Il petisso mi raccontava dei suoi anni alla Roma, della bella vita nella capitale, quando aveva i baffetti e i capelli nerissimi inchiodati dalla brillantina. Scorrazzava sulla decapottabile del figlio dell’ambasciatore argentino.
Il petisso, più attore degli attori veri, era il beniamino della gente dello spettacolo. Apparve in un film di Walter Chiari e in un altro di Dapporto. Fumava già da giocatore. Aveva due polmoni eccezionali e forse un terzo dove mandava il fumo. Un’amicizia grande, sempre più forte negli anni, quando facevamo le tre di notte in un ristorante di Piazza Medaglie d’Oro al Vomero e il petisso, che aveva giocato con Di Stefano nelle giovanili del River Plate, cominciava con la sua cantilena: “E Munoz, e Moreno, e Pedernera, e Labruna, e Loustau”. Era la macchina da gol del River. Fumava più di un pacchetto di Marlboro. E beveva, il malandrino. Il cameriere chiedeva: “Vuole un altro whisky, mister?”. E lui: “E chi ha detto uno?”. Petisso del mio cuore. Lauro, che aveva comprato Jeppson (105 milioni in contanti, 10.500 banconote da diecimila lire in una valigia consegnate al presidente dell’Atalanta in un albergo romano) e preso Vinicio per avere i voti dei tifosi alle elezioni, faceva il giro del campo sventolando un fazzoletto bianco, poi si sedeva a bordocampo mostrando polpacci e caviglie bianchissimi.
Vinicio fu subito l'idolo del Vomero
I calciatori non calzavano gli scarpini di oggi, ma autentici scarponi con la punta acuminata e rinforzata. Amadei, che correva impettito come un grosso manichino, sferrava terrificanti tiri di punta. Così faceva Jeppson. Vinicio fu subito l’idolo del Vomero. Ci conquistò, alla prima partita, contro il Torino in 17 secondi. Il tempo in cui, palla al centro, la palla passò da Vinicio ad Amadei, indietro a Castelli, lancio a Vinicio che travolse Bearzot e Grosso segnando il suo primo gol, un fulmine. Ai tempi del Vomero passeggiavo con i giocatori azzurri per via Scarlatti e piazza Vanvitelli, appuntamento fisso al Bar Daniele. Luciano Comaschi era il più scanzonato. Pesaola teneva la scena come solo lui sapeva fare, incantatore di uomini e di serpenti. Casari fischiettava il motivetto di una canzone (M’ha fatto un gol una bella bambina) che aveva scritto in un momento romantico e poi il cantante Pino Cuomo l’aveva cantata alla Piedigrotta. Monzeglio, timido, non c’era mai e fantasticavamo sull’amore mai dichiarato alla velocista napoletana Marcella Jeandeau. Si diceva che le mandasse fasci di rose rosse. Jeppson passava il suo tempo libero al Tennis Club, invaghito della tennista romana Silvana Lazzarino.
Una partita indimenticabile al Vomero contro la Juventus. Gli spalti traboccavano di una folla incontenibile che, a un certo punto, si riversò in parte ai bordi del campo. Boniperti accettò sportivamente di giocare. Concetto Lo Bello, fisico da dominatore, assicurò con sguardi di fuoco che tutto sarebbe andato liscio. Andò più che liscio. A due minuti dalla fine, il veronese Gino Bertucco segnò il gol del 4-3 per il Napoli. Mi volò via il taccuino e mi ritrovai sommerso dai tifosi che invasero la tribuna-stampa. Era il 1958. Cinque anni prima, avevo visto Carlo Parola, il difensore dalle spettacolari rovesciate volanti, piangere abbracciato a un palo della porta juventina dopo che Amadei al 90’ aveva piegato la Juve 3-2.
Dicembre 1959: lo stadio di Fuorigrotta
Quando fu pronto lo stadio di Fuorigrotta, immenso, lasciammo il Vomero. Dicembre del 1959. Era lo Stadio del Sole cui, poi, fu imposto il nome di San Paolo dal vescovo di Pozzuoli perché il santo era sbarcato da quelle parti. Pesaola mi disse che, sbucando dagli spogliatoi sul prato, agli azzurri tremavano le gambe per la vastità dello stadio. Tremarono poco. C’era in campo la Juventus di Boniperti, Charles e Sivori. Ricordo la mezza rovesciata di Vinicio che siglò il 2-1 dopo il gol di Sandro Vitali. Cominciò un’altra storia. Sulla pista del San Paolo, prima delle partite, apparve il ciuccio, emblema nobile ma disadorno del Napoli. Gli facevano fare il giro del campo Carmine d’Alpino detto ‘o chiattone e Gennaro Notarangelo, ‘o ricciulillo ‘e Forcella, accompagnati dal Barbiere di Posillipo e dal trombettiere Giosuè Cuomo.
Vent'anni negli spogliatoi del San Paolo
Vent’anni negli spogliatoi del San Paolo, dopo gli allenamenti, tra gli azzurri degli anni Sessanta e Settanta. Puntuale l’apparizione di Gaetano Masturzo, elegante tuttofare vomerese, col vassoio dei caffè. Michelangelo Beato, il massaggatore piccolo, nero come un tizzone, terribilmente forte, mi stringeva la mano fin quasi a stritolarmela, poi sul palmo della mano indolenzita lasciava una caramella alla menta. Non volevo credere alla relazione di Altafini con la moglie di Paolo Barison fino al giorno in cui, per una intervista telefonica, chiamai casa Barison e mi rispose Josè. Felicemente insieme, Josè e Annamaria, dopo la morte di Paolone. Con Antonio Juliano un’amicizia forte. Serissimo, non volle mai rivelarmi i nomi dei cinque giocatori scritti su un foglio di carta da Ferlaino da ingaggiare per la stessa cifra al posto di Maradona quando la trattativa per il pibe si fece difficile. Di Antonio ricordo una frase: “Non vorrei vivere più di mio padre perché lui è stato migliore di me”. Un ragazzo, Antonio, dai sentimenti forti, veri. Moreno Ferrario perdeva i capelli ad ogni colpo di testa. Arrivò a Napoli che aveva 18 anni. Ci rimase una vita, fino ai trent’anni col suo naso rincagnato come l’hanno i pugili per i cazzotti presi. Moreno è stato uno dei più forti difensori centrali del calcio italiano. Ci sentiamo ancora per telefono e gli ricordo l’autorete al primo minuto di gioco contro il Perugia, allenatore Rino Marchesi, il gentiluomo, che il Napoli non riuscì a rimontare perdendo la corsa-scudetto con la Juventus. C’era Krol che disse: “All’autogol mi è scappata una bestemmia, in napoletano”. Pierluigi Ronzon era un giocatore di classe. Mezz’ala nel Milan, Pesaola lo inventò battitore libero. Lo raggiungevo al mattino al Parco della Rimembranza dove lui faceva un’ora di corse. Chiacchiere e qualche intervista con un pedaggio pesante. Ronzon mi invitava al bar imponendomi di bere una China Martini. A mezzogiorno! Restavo intontito per il resto della giornata.
Amicizia e silenzi con Zoff
Grande amicizia e grandi silenzi con Dino Zoff che mi raccontava il lavoro che avrebbe voluto fare se non avesse fatto il calciatore: “Avrei fatto il meccanico, mettere le mani nei motori delle auto e tirarle fuori piene di grasso mi faceva godere”. Ceduto alla Juventus, mi invitò nella sua casa a Torino prima di un Juve-Napoli da ex. Anna, la moglie con tanta nostalgia di Napoli, mi fece lo scherzo di prepararmi un piatto juventino, pesce in bianco e ulive nere. Con Bruno Pesaola ho trascorso quasi ogni giorno dei suoi ultimi anni. Era afflitto da un doloroso cancro a una corda vocale, assistito da una formidabile badante romena, Rodriga. Quando passava da un ospedale all’altro mi chiamava: “Vieni, Mimmo, sto in un magnifico albergo a cinque stelle”. Era il Policlinico o l’Ospedale Fatebenefratelli. Le autoambulanze facevano a gara ad arrivare sotto casa sua in via Manzoni per il ricovero. Bruno è stato il più amato di tutti gli azzurri. A me ha preso il cuore. Aveva fumato un milione di sigarette e, in ospedale, aveva sotto il cuscino un pacchetto di Muratti! Era stato in qualche modo fascista quand’era ancora in Argentina. Un giorno, suo figlio Diego lo raggiunse a Milano Marittima, dove Bruno con Ornella, la splendida moglie, mancata prematuramente, un dolore immenso per il petisso, era in vacanza. Pesaola aveva appena regalato a Diego un moto di lusso. Vide che il figlio aveva con sè un giornale. Gli chiese che giornale fosse e Diego rispose: “Il Manifesto”. Vai via, comunista, gli urlò il petisso, e t’ho pure comprato la moto. Sono corso al Fatebenefratelli l’ultimo giorno della sua vita. Lo baciai sulla fronte gelata. Bruno aveva finito di soffrire. Aveva la bocca spalancata in una smorfia curiosa, forse l’ultima battuta rifilata alla Morte.
Maradona del mio cuore
Maradona del mio cuore. Si meravigliava che prendessi le sue difese anche contro Ferlaino. Confidò a Signorini che me lo riferì: “Mimmo ha il coraggio di mettersi contro il potere”. Dissi a Diego: “Il potere sei tu perché sei il più forte”. Alla vigilia di Italia-Argentina al San Paolo, Mondiali 1990, feci questo titolo su ‘Il Mattino’: “Diego hai chiuso, c’è l’Italia”. Italia eliminata e Diego, al Campo Paradiso, dove s’allenava il Napoli, diceva indicandomi: “El mas famoso titulista del mundo”. Mi chiamò la sera prima di lasciare Napoli. Era Pasqua. Mi disse di raggiungerlo a casa. Gli portai una pastiera. Fu una serata dura nell’abitazione di via Scipione Capece a Posillipo, secondo piano, conclusa con un lungo abbraccio e tante lacrime. Ho voluto bene a Diego per la sua vita drammatica e perché un giorno cantò: “Napoli, seconda mamma mia”.
Con Ferlaino un "matrimonio" durato più di trent'anni
Con Ferlaino un “matrimonio” durato più di trent’anni. Ero fedele alla sua seconda compagna, Patrizia Sardo, fotomodella, figlia di un generale. Quando l’Ingegnere andò in Messico e sposò invece Patrizia Boldoni, feci un articolo dal titolo: “Errata coniuge”. Recuperai a stento con Patrizia Boldoni scrivendo molte volte che assomigliava all’attrice Lauren Bacall, l’affascinante moglie di Humphrey Bogart. Le assomigliava, era vero. Su Ferlaino ho scritto una biografia romanzata compresi i periodi più difficili della sua vita (la tangentopoli napoletana). Andai a casa sua a fargli leggere il testo. Cominciò a farfugliare, a protestare, a criticare e poi mi chiarì il suo forte disappunto: “No, bugiardo no, lei ha scitto che sono un bugiardo”. E scappò via.
Sarri mi ha rubato gli occhi, Spalletti e Conte mi hanno emozionato
Dopo il fallimento sono andato allo stadio una sola volta per Napoli-Cittadella in serie C. L’ultima mia partita dal campo. Erano cambiate tante cose. Era cambiato il calcio, non più rapporti amichevoli con gli azzurri, barriere, divieti, protocolli. Un mondo cambiato. In tribuna-stampa non c’erano più molti miei amici. Mi sono sentito un estraneo. Aurelio De Laurentiis mi ha regalato un momento di popolarità per una conferenza-stampa a Castel Volturno diffusa da social. È stato quando, in un momento complicato del Napoli e per i difficili rapporti del presidente con tutti, gli dissi che aveva un brutto carattere, che era un padre-padrone e non un presidente. La mia “audacia” fece scalpore. Aurelio incassò con eleganza e mi perculò alla grande dicendo che gli piacevano i miei articoli. Un uomo di mondo. Le maglie azzurre mi fanno sempre un certo effetto. Il Napoli di Sarri mi ha rubato gli occhi. Gli scudetti con Spalletti e Conte mi hanno emozionato. La festa lungo via Caracciolo, uno spettacolo straordinario, mi ha commosso. Vado da Diego ai Quartieri Spagnoli.
Il cuore continua a battere per quegli anni dal Vomero a Diego
La memoria dei vecchi, e io sono vecchio, è così. Ricordano bene il passato lontano, meno bene, quasi niente il passato più recente. Il Napoli di questi fantastici anni con De Laurentiis ce l’ho negli occhi. Ma il cuore continua a battere per quegli anni dal Vomero a Diego. Anche perché quegli anni mi hanno regalato, da giocatori e allenatori, simpatie, amicizie e affetti che oggi sembrano impossibili.
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