Nessuno vuole il bene della Roma
©  Bartoletti
Roma
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Nessuno vuole il bene della Roma

Nello sconforto, c’è un sano brivido di piacere in questa Roma che riparte senza sapere bene da dove, meno che mai per dove e solo molto vagamente in compagnia di chi. Paulo Fonseca arriva oggi a Fiumicino e la speranza è che si porti nella testa e nel cuore la stessa innocenza del marziano di Flaiano. Radicalmente straniero. Come lo fu Rudi Garcia, dopo il funerale derby di coppa Italia. Eviti soprattutto, Fonseca, di annunciare che è qui per fare il bene della Roma. Non se ne può più di sentire gente che fa, parla, decide, scrive e tresca, perché vuole “il bene della Roma”. Il sommo bene aristotelico risciacquato nel Tevere.

La verità è un’altra. Nessuno vuole il bene della Roma. Che è come la gentile donzella delle favole nere, la Lolita segregata in una buia fortezza, rapita da chi giura di amarla perdutamente, e lei lì, smarrita, confusa, che si alliscia la treccia, aspettando il cavaliere liberatore, meglio se vestito da Zorro. Non sappiamo più nemmeno se esiste ancora la gentile donzella. Dall’interno del carcere arrivano solo gemiti e languori, che potrebbero però essere l’eco del passato rappreso nelle pareti, in questo caso di Trigoria.

Pallotta, Baldini e company spergiurano di volere il bene della Roma. È voler bene a qualcuno, togliergli la terra sotto i piedi, stravolgerne sistematicamente l’identità, mortificandone la storia, fallando immancabilmente la “badante” che dovrà prendersene cura, omettendo di dire e spiegare, rifugiandosi nei non detti e nella menzogna? James Pallotta non sembra, a occhio e croce, un affettivo. Il suo limite è però la sua virtù. Ci prova ogni tanto a dissimularsi, ma ogni volta il raptus sanguigno lo spinge a dichiararsi per quello che è: un uomo d’affari che sa dove andare o non andare, là dove l’affare c’è o smette di essere. Più complesso il profilo di Baldini. Quasi un caso letterario. Un Madame Bovary al maschile. Smanioso di emanciparsi dalla provincia che lo bolla. Stregato dalle fumisterie della cultura chic, ma fino a ieri, o forse l’altro ieri, tenuto a terra da un’onestà quasi autolesionistica nel denunciare i propri limiti. Il Baldini di oggi, perso di vista, quello che ha scelto il comodo rifugio dell’invisibilità, sembra essere entrato nella fase adulta e banale del cinismo. Si è adeguato. Non ha trovato la ricca ereditiera, ma ha trovato un abile finanziere che stravede per lui e la sua voce da Pupo. Baldini ha scoperto, quasi incredulo, di essere un fascinatore e ha imparato a farne uso. Avidamente proteso a cercare nel mondo le prove di un talento che lui per primo dubita di avere. Il che lo ha probabilmente spinto a diventare il Fantomas di oggi. Alzare il ponte levatoio perché nulla e nessuno arrivi a sfregiare questo suo autoinganno così fruttuoso, nella psiche e nel conto in banca. «Sono destinato a deludere tutti», mi confidò un giorno nel suo loft nei pressi di piazza di Spagna, in un momento di fragilità mista a vanità. Diciamo che, ostinato James a parte, si dà molto da fare per non smentirsi. Il silenzio lo tiene al riparo, almeno lui, dall’indecenza di dover dire che «vuole bene alla Roma».

I giocatori tutti dicono di voler bene alla Roma, ma non sono credibili. La loro educazione sentimentale, salvo rarissime eccezioni, è dettata dall’agenda dei procuratori. Francesco Totti, ovvio, si sa, vuole un mondo di bene alla Roma, è la sua vita, ma nessuno prova a spiegargli che voler bene a una creatura significa non scavarle di più il baratro intorno quando è già fragile che non sta in piedi. Non soffiare sul fuoco, non rimestare i veleni, quando è già così complicato ripartire. La sua dinamitarda conferenza stampa di addio, più compiaciuta che dispiaciuta, ha aiutato la beneamata Roma? Ha aiutato il nuovo allenatore, alle prese con un’impresa già di suo da tremarella? Ha aiutato i tifosi a ritrovare qualche certezza? I tifosi anche dicono di volere bene alla Roma, ci mancherebbe. Ma in una città sempre più pettegola, volgare e maldicente, dove un microfono o uno spazio social non si nega a nessuno perché finalmente si senta qualcuno, si stanno trasformando in altro. Critici, opinionisti, saputelli di tecnica, di tattica, di contabilità, di marketing e di preparazione atletica. Con la scusa di essere amata, la Roma è diventata una terapia per frustrati e nullapensanti. Nemmeno loro, nemmeno gli innamorati irriducibili della Sud, sanno più amare come si ama, irragionevolmente. Dicono di voler bene alla Roma, ma vogliono bene soprattutto a se stessi. Quante volte la Roma penalizzata da battaglie e scelte dove in gioco era l’identità del tifoso e non il bene della squadra. Ne ho visti e ne vedo pochi soffrire per la Roma, rari tifosi, un calciatore, Daniele De Rossi, un dirigente, Walter Sabatini. Io stesso dico di voler bene alla Roma, ma è sempre meno vero. Dopo averla amata morbosamente, dai 6 ai 60, mi sono calato per ben quattro anni nella mischia tossica della chiacchiera a buon mercato in cambio di un obolo nemmeno così eclatante. Paulo Fonseca, lui sì, può farcela, lui e il suo mantello da alieno. A liberare la sua Lolita smarrita e confusa, che ha perso quasi tutto, padri, figli e amanti. Lui, e quella faccia da indio, così simile, dentone a parte, a quella dell’ex Fonseca calciatore. Lui, a patto d’essere così delirante da credere che Zorro non sia solo la carnevalata di un giorno. La tabula rasa è una fine, ma può essere un principio. In chiave di zoomorfismo, dopo l’era dei topi sivigliani, quella dei falchi mozambicani. Che sono altro dalle aquile.

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