Roma, il bisogno americano
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Roma, il bisogno americano

Investimento è una parola che dice ma non spiega. La Roma la usa per confermare il possibile ingresso del magnate texano Friedkin nel capitale sociale. Può voler dire aiutare, partecipare, o piuttosto comprare. Lo scopriremo solo vivendo. Perché è probabile che una volontà precisa ancora non ci sia. Ma talvolta i segni che certe azioni lasciano sul cammino parlano più delle intenzioni manifeste. E quei segni sembrano la premonizione di una fine. La fine di un’incompiuta. Parliamo dell’avventura di Pallotta nella società giallorossa. Che fa da specchio a un’altra incompiuta, a cui è legata a doppio filo: l’amministrazione capitolina. L’una e l’altra inseguono un sogno improbabile, uno stadio piantato nel cuore di Tor di Valle. Ma il progetto somiglia ormai a una torre di Babele, dove, come nel racconto biblico, manager e amministratori parlano lingue diverse e si comprendono sempre meno. Se lo stadio, come la torre, non tocca il cielo, il divorzio sarà inevitabile. 
 
Questo era chiaro già da mesi. Ma adesso ci sono altri segni. Anzitutto quelli identificativi del compratore. Che distribuisce auto, produce film, e lucra sul turismo. Roma sarebbe una cartolina perfetta. Da esporre in tutte le succursali di un impero da 4,2 miliardi di dollari, che da Houston si è allargato oltre gli oceani. Friedkin non salterà sulla preda come Commisso, per esibirla in un bagno di folla. La tattica è un’altra. La Roma lui la segue da anni. L’ha scansata al primo incontro. Adesso la studia. Proverà a salirci sopra come l’uccello mangia insetti sulla schiena dell’elefante. Poi al momento giusto potrebbe montarci in sella e farla sua. Ma il momento giusto per il texano è quello in cui l’ovale dello stadio dovesse accendersi sulla città.

Altri segni evidenti li lascia il venditore. Lo chiamiamo già così perché lui, Pallotta, fa di tutto per apparire uno che vuole uscire. O meglio: uno che punta all’affare, e via. Coperto di contumelie dopo la figuraccia con De Rossi, aveva chiesto scusa e giurato di farsi vedere a Roma più spesso. Chi l’ha visto? È venuto in Italia in vacanza, e ha girato al largo da Trigoria e da via Tolstoj. Oggi fanno 526 giorni che non dà un segno. Se fosse ancora un presidente, si comporterebbe come fa un presidente con la sua squadra. Potrebbe farne un trampolino come Cairo con il Toro, o guardarla con l’orgoglio gelido del primo dinastico come Agnelli con la Juve, o portarla a spasso come una spilla del Rotary sul petto, come Lotito con la Lazio, o ancora sferzarla con la frusta del domatore per vedere l’effetto che fa, come De Laurentiis con il Napoli. Ma in un caso o nell’altro, per interesse o per diletto, la tratterebbe come ogni padrone tratta cosa sua. 

Invece Pallotta no. Della Roma lui non fa uso alcuno. La tratta come uno di quei cespiti da cui finora ha avuto più problemi che vantaggi. In cui conviene sempre meno mettere soldi propri e sempre più cercare soldi degli altri. Ormai l’approccio del magnate con Roma e con la Roma si esprime nel detto “pagare moneta, vedere cammello”. Che si tratti con gli amministratori del Campidoglio o con i senatori dello spogliatoio, è come se una sfiducia radicale suggerisse sempre più di non scoprirsi e non mostrarsi. Non a caso, se c’è una cifra che racconta meglio la società giallorossa oggi, è l’impossibilità di capire fino in fondo chi comanda. Un numero di ausiliari si avvicendano alla guida, in un’altalena di alti e bassi, come quei cortigiani che un principe diffidente tiene a insondabile distanza. Perché la competizione faccia scattare la scintilla che, a dispetto di ogni migliore intenzione, non ha ancora acceso un fuoco vero.

Se quel fuoco si spegne del tutto, cosa resta? Cosa resta ai tifosi che hanno creduto in una nuova epopea sportiva, l’hanno sostenuta restandone poi delusi, e ora sono sospesi in un’incertezza che, al cospetto della loro passione, appare cosmica? Sette anni sono volati via, e Roma e la Roma sono rimaste ferme per un lungo giro in un ambiguo gioco dell’oca. Si fa presto a dire che con lo stadio l’affare vale un miliardo e senza 800 milioni. Pallotta, Friedkin, i calciatori, i romanisti, tutti sanno che, senza lo stadio… 
 

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