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Pallotta e Friedkin, duello finale per la Roma

La trattativa per l’acquisto della Roma nella sua fase delicata: pausa di riflessione sulla valutazione finale, ma l’analisi va avanti

Pallotta e Friedkin, duello finale per la Roma

Dopo più di settanta giorni di trattative, l’analisi di sessanta legali e una pandemia in corso, alle 6 di un caldo pomeriggio da monsone, dal piazzale del quartier generale Friedkin si allontana una Porsche di colore bianco. L’auto si ferma poco prima dell’uscita. L’uomo al volante parlotta cordialmente con l’addetto alla security, un ragazzo nero, che si avvicina premuroso. Poi la Porsche riparte, con lentezza, per sparire nel traffico serale della Enclave Parkway. Dan Friedkin? Houston è una di quelle città precedute dalla sua reputazione: è l’inferno sulla terra, per i suoi nove mesi d’estate. Qui devi sempre essere al massimo, qui è dove metti il vestito migliore anche per fare la spesa da Walmart, qui è dove tutti vogliono essere lampo, fulmini, qui è dove la legge è considerata legge solo se è dura, ma poi girano con decine di multe sul parabrezza per eccesso di velocità. Le ragazze, poi. Veloci e sfrontate, come piccole Beyoncé. Puoi portarle via dal Texas, ma non portare via il Texas da loro, anche senza che indossino stivali da cowboy. Ma questa urgenza di vivere svanisce una volta entrati nel mondo perfetto di questo gruppo industriale che si pronuncia «fraidchin» e nella lunga trattativa per l’acquisto della As Roma. La due diligence è «on going», in corso, ma è entrata in una «pausa di riflessione». Ogni trattativa deve arrivare a un punto: la valutazione finale. Il rallentamento, legato anche agli effetti del coronavirus, non è diventato stop. Va avanti, come una partita a scacchi in cui serviranno nervi saldi e soprattutto lentezza, terreno congeniale più a Friedkin che a Jim Pallotta.

Pallotta e Fridkin, due personaggi agli antipodi

I due sono agli antipodi: il primo è solare e cordiale. Il secondo, brusco e diffidente. Uno è razionale ma visionario. L’altro, umorale. L’improbabile coppia dei romanzi noir texani di Joe Landsale, Hap e Leonard del Mambo degli Orsi. Gestione diversa della rabbia, nata dall’abitudine dei luoghi: a Boston tutto è liberal, coerente e in discesa, a Houston non puoi andare al pub la domenica prima di mezzogiorno e comprare liquori il giorno di festa, però puoi acquistare vino e birra insieme. Così finisci per dire, okay, fammi pensare un attimo. Uno fa il pilota acrobatico, l’altro si tuffa nelle fontane. Dan non parla con i giornalisti, ma li tratta con rispetto. Jim scambia messaggi sarcastici, per poi passare a ultimatum, rilascia commenti per poi smentire tutto, manda messaggi infuriati per chiedere conto di frasi che, magari, ha letto male, o letto per niente. La comunicazione di Jim è diretta, tumultuosa, senza filtri. Quella di Friedkin, più controllata, poggia su professionisti tra Houston, Londra e Milano. Dovesse davvero acquistare la Roma, sarà uno shock per chi, nella Capitale, da sempre ambisce entrare nelle grazie dei suoi re.

Friedkin attento a tutti i suoi asset

Questi giorni che scorrono lenti come miele non devono piacere granché al bostoniano. Lui è un investitore, l’altro un imprenditore. Il primo ha una logica finanziaria orientata al breve termine, l’imprenditore è mosso da una visione e ambizione di lungo termine. Poi c’è la sua forte venatura patriottica: Dan ha fondato l’Air Force Heritage Flight Foundation, che onora il sacrificio dei militari Usa, e fa parte del Project Recover, team impegnato a recuperare vecchi aerei americani scomparsi in guerra. L’indole del «buon padre di famiglia» va estesa a tutte le sue aziende. Friedkin non vuole mettere a rischio nessuno degli asset e chi ci lavora, con scelte avventate in uno scenario totalmente mutato. Pallotta lo ha capito e freme: quella frase ruvida sullo «stop», «chiedete a Friedkin e ai suoi uomini», a borse aperte. O il mandato all’advisor, Goldman Sachs, a cercare nuovi acquirenti, mossa da pokerista vulnerabile. Eppure il bostoniano dovrebbe capire il texano. Quando acquistò la Roma, Pallotta scoprì solo dopo una serie di cause pendenti, da procuratori sportivi a fornitori. Le recenti notizie sulla firma imminente, risultate prive di fondamento, sono state frutto del classico cortocircuito romano, solo che è in gioco una società quotata in Borsa. Le notizie hanno fatto schizzare di venerdì le quotazioni del titolo, per poi azzerare tutto il lunedì successivo, con perdite maggiori dell’andamento della Borsa. L’incontro a New York non c’è mai stato. Il comunicato con l’accordo, essendo legato alle cifre finali, non poteva esistere. Non è stato quel famoso venerdì a segnare la «pausa di riflessione». Non è stato neanche marzo. A fine gennaio, quando ancora lo spettro della pandemia era lontano, dalla Toyota erano arrivati segnali preoccupanti. Il mercato era in calo ovunque, in Cina le vendite erano crollate dell’80 per cento. Se la trattativa non è tramontata è perché la forza finanziaria di Friedkin sta nella diversificazione del suo portafoglio. Se la Toyota ha registrato una frenata, e quello immobiliare un calo netto, l’intrattenimento ha registrato guadagni record: milioni di persone, spaventate dal virus, sono rimaste più a lungo a casa e hanno comprato film. E Dan ha società e titoli ovunque nell’intrattenimento. Dunque, nessuno stop, ma «riflessione» sul valore complessivo dell’operazione. La situazione è quella definita nel comunicato del 30 dicembre, dove si legge «qualsiasi operazione con il Gruppo Friedkin è subordinata al completamento con esito positivo delle attività di due diligence legale sul Gruppo As Roma». Questa frase se la sono scordata in molti. Il lavoro, nel frattempo, è andato avanti.

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