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Dzeko: "Roma, voglio un trofeo. Se vendi ogni anno perdi continuità"

L'attaccante bosniaco: "La fascia da capitano è un privilegio, una responsabilità ancora maggiore"

Dzeko:
© EPA

ROMA - In estate è stato a lungo corteggiato dall'Inter, salvo poi accettare l'offerta della Roma e diventare poi il capitano dopo l'addio di Florenzi. Edin Dzeko è ormai entrato nella storia del club giallorosso, ama la città e la squadra anche se rimpiange non aver vinto trofei: "È un peccato per un club come la Roma non aver vinto nulla in questi anni - ha ammesso l'attaccante bosniaco al portale ‘The Athletic’ -. Spero che questo possa cambiare, perché questo club merita di vincere trofei. Qui c’è tutto quello che puoi desiderare. Dobbiamo fare questo ultimo passo: vincere trofei. Ogni trofeo ti dà più fiducia nel fatto di poter raggiungere traguardi più alti". 

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Dzeko ha raccontato la sua esperienza alla Roma, a cominciare da come vive i post gara:“Non dormo mai dopo le partite. Troppi pensieri, troppi pensieri su tutto. Anche dopo una grande vittoria. Dopo ogni partita, puoi fare analisi, che sia una vittoria o che sia una sconfitta. Magari c’è stata qualche occasione in cui avrei dovuto segnare e non l’ho fatto e penso a come avrei potuto fare”.

Sul giocare con Nainggolan e Salah.
"È stato facile giocare con Radja e con Momo a destra. Loro hanno le qualità di dare i passaggi giusti, di aprire gli spazi per me e per loro stessi. Per esempio, Salah era molto veloce ma anche bravo a prendersi il pallone. Qualche volta, se io avevo il pallone, lui correva già dietro ai difensori, e io dovevo solo darglielo. Avevamo un ottimo rapporto, davvero ottimo. Ci capivamo l’un l’altro sul campo. Anche con Radja era così, lui giocava da numero 10 in quella stagione. È uno che capisce il calcio".

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Sulla partita contro il Barcellona.
"I miei amici mi chiesero biglietti prima dell’andata. Dopo il 4-1, tutti pensavano fosse finita. Quelli che avevano i biglietti sarebbero venuti all’Olimpico, anche se probabilmente alcuni di loro non volevano più farlo".

Sulla semifinale contro il Liverpool.
"Gli abbiamo regalato la prima partita, concedere 5 gol fu amaro per noi. Forse è stato per la pressione, non lo so. Iniziammo molto bene, Aleks prese la traversa. Ma dopo il primo gol cambiò qualcosa, sembrammo quasi non pensare al ritorno, al fatto che avevamo due partite".

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Sulla squadra del 2015.
"Tanti buoni giocatori. Se ogni anno vendi un calciatore, perdi continuità. I giocatori nuovi hanno sempre bisogno di tempo per abituarsi al campionato e al club. Ma devo dire che la Roma è cresciuta molto negli utlimi 4 anni e ogni anno diventa più grande".

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Sulla fascia di capitano.
"Tutto cambia, è la vita. Non ho rubato niente a nessuno, è una cosa naturale. Sono l’unico calciatore rimasto rispetto a 5 anni fa. È un privilegio per me arrivare dopo Totti e De Rossi, che sono le più grandi leggende non solo della Roma ma anche in Italia. È una responsabilità ancora maggiore. Avevo 30 anni quando sono arrivato, l’anno prossimo ne avrò 34. Mi sento pronto".

Sulle critiche.
"È il calcio, bisogna abituarcisi. Capisco che a volte tu segni un gol e tutti ti amano. Poi non segni per 3-4 partite e quasi tutti ti odiano. Direi che è naturale. Forse è difficile per alcuni giocatori, specialmente i più giovani. Per loro la pressione è maggiore. Per esempio, sono sicuro al 100% che non è la stessa cosa  fischiare me o fischiare giocatori più giovani come Kluivert. È molto più difficile per loro. Li chiamo i miei bimbi, perché, sono 14 anni più vecchio di loro".

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