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Roma, Zaniolo e Pellegrini non si toccano

Roma, Zaniolo e Pellegrini non si toccano
© Bartoletti

No, Zaniolo e Pellegrini no. Non toccate proprio loro, Nicolò e Lorenzo, la meglio gioventù. Non cedeteli al primo offerente o al primo sceicco con lusinghe milionarie; non sacrificate il futuro della Roma per mettere un rammendo contabile a errori gestionali che sono ormai di lunga data. E che si trascinano stancamente nella freddezza dei numeri e nei resoconti di mercato: qualcuno ha dimenticato Salah e Alisson, solo per citare due campioni (non) a caso? Chi si è fatto trascinare dalla nostalgia nei giorni cupi del lockdown, ha rivisto in tv partite dove della Roma è rimasto solo il colore della maglia. Decine di nomi, bandiere comprese, finite nell’almanacco. Il buco nero che sta inghiottendo inesorabilmente la società di Jim Pallotta rischia di azzoppare la ricostruzione. Che proprio su Zaniolo e Pellegrini poggerebbe le sue fondamenta.

La loro cessione sarebbe una macchia, un’onta, che qualsiasi gruppo, vecchio o nuovo, si trascinerebbe per lungo tempo. Stavolta potrebbero non bastare plusvalenze e obblighi di riscatto, fattori di una finanza creativa allargati a dismisura per coprire falle e segni negativi. Nessuno ne parla apertamente, nessuno se la sente di pronunciare quei due nomi in maniera palese, ma l’ipotesi rischia di diventare più che concreta di fronte all’evidenza, tremenda, delle cifre. Un indebitamento schizzato nell’ultima trimestrale a 278,5 milioni di euro; la necessità di ricapitalizzare per almeno 94 milioni e di raggiungere un risultato sportivo quanto meno complicato, ossia l’accesso alla Champions League; un piano di rilancio difensivo che passa attraverso la cessione degli asset strategici (voce dietro cui si nascondono i gioielli di casa) e il contenimento dei costi del lavoro, per la gran parte legati agli ingaggi dei calciatori, molti davvero maxi rispetto al reale valore espresso sul campo. La pandemia da Covid ha fatto la sua parte: ha fiaccato gestioni sane e virtuose, ha messo all’angolo quelle più precarie e instabili, portandole sull’orlo del crepaccio. Lo stop ai campionati si è rivelato addirittura un macigno sul bilancio giallorosso, mentre era ormai in dirittura d’arrivo il passaggio di proprietà. Ecco, in questo scenario catastrofico lo sbarco romano di Dan Friedkin diventa di giorno in giorno una ipotesi sempre più problematica. E non soltanto per la fragilità finanziaria della Roma, che la rende oggettivamente meno appetibile.

Le cifre di prima non sono più quelle di oggi, la convergenza di interessi tra venditore e compratore è un lontano ricordo: Pallotta adesso cerca soci per non affondare, Friedkin deve riconsiderare l’impatto di un investimento a largo raggio, dove turismo e beni culturali hanno (avevano?) una loro centralità accanto al progetto sportivo. E invece proprio turismo e beni culturali pagheranno il prezzo più salato dell’ondata depressiva causata dal Coronavirus. Per convincere Friedkin a tornare al tavolo della trattativa occorrerebbe anche una classe dirigente persuasiva, capace di prefigurare scenari concreti, a media e lunga scadenza, che favoriscano gli investitori e non li deprimano. Perché è depressivo leggere le scarne, generiche frasi con cui la sindaca Virginia Raggi ha liquidato ancora ieri, nell’intervista a Repubblica, la questione dello stadio di Tor di Valle, risorsa che sarebbe determinante nel ricalibrare il futuro della Roma e di Roma: «A breve scioglieremo le riserve». A breve. Come se non fossero passati otto anni dalla presentazione del progetto. Rifugiarsi dietro l’esito dell’inchiesta penale è diventata la cantilena giustificativa di una politica che usa i paraventi per nascondere la propria inadeguatezza. Così né Roma né la Roma andranno da nessuna parte.

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