Bruno Conti: "La Roma non si discute, si ama. Felice di essere rimasto"

A 30 anni dalla sua ultima partita giocata in giallorosso, il responsabile delle giovanili si è raccontato ai canali ufficiali del club
Bruno Conti© LAPRESSE

ROMA -È il 28 novembre 1990. La Roma affronta il Bordeaux nell’andata degli ottavi di Coppa Uefa. È una goleada giallorossa.

A 10 minuti dalla fine, Bianchi manda in campo Bruno Conti. Saranno gli ultimi con la maglia della Roma addosso.

Se chiediamo a “Marazico” qual è la prima immagine che gli viene in mente pensando alla Roma, lui risponde con gli occhi lucidi del papà. E con il boato dell’Olimpico.

Racconta Bruno al sito della Roma: “Non potrò mai dimenticare la faccia di mio padre, tifoso romanista, quando gli diedi la notizia che io - uno dei suoi sette figli - ero stato preso dalla Roma. Era l’uomo più felice del mondo. Andavo a giocare per la squadra del suo cuore”.

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“Non vi nascondo che, come per tutti i grandi giocatori, anche per me quell’ultima stagione fu delicata. Ricordo il boato dello Stadio Olimpico al mio ingresso in campo in Roma-Bordeaux. Ricordo le voci dei tifosi che strillavano il mio nome. Devo ringraziare loro, se ho potuto avere quegli ultimi dieci minuti. Capii quel giorno che non avrei trovato più spazio in quella squadra”.

“Inutile negare che, rivedendo il film di Francesco Totti, ho ripensato a quell’anno tormentato, culminato anche per me con il dilemma se proseguire con una nuova esperienza oppure legarmi per sempre a questi colori. Non mancarono le richieste da parte di altri club”. 

“Ma io ero cresciuto nel vivaio della Roma e nella Roma avevo esordito con Nils Liedholm. Dopo diciassette anni che vestivo questa maglia, non potevo proprio vedermi con una divisa diversa. Preferii smettere. Organizzai il mio addio al calcio assieme a Gilberto Viti (storico segretario dell’area organizzativa, ndr). È stato giusto così: io sono nato nella Roma”.

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“Mi piaceva allenare. Una volta appesi gli scarpini al chiodo, feci quindi i corsi all’Acquacetosa e a Coverciano. La Roma mi chiamò e mi affidò i ragazzi del 79/80: Blasi, De Vezze, Moscardelli”.

“Provai una gioia indescrivibile. Perché puoi essere stato anche un bravo calciatore, ma quando si tratta di allenare, devi fare la gavetta. E così è stato per me. Quando poi Ermenegildo Giannini – il papà del Principe – lasciò il Settore Giovanile, la Società lo affidò a me”.

“A me piaceva allenare, ma non potevo dire di no alla Roma. Così, mi sono calato in questo ruolo e mi sono tolto parecchie soddisfazioni”.

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“Oggi sono sempre qui. Sono onorato di portare ancora addosso questi colori. Perché qui si parla della ROMA. E la Roma è qualcosa che non si discute, ma si ama. Soprattutto per chi come me nella Roma ci è cresciuto. Sono orgoglioso di essere rimasto in questa grande famiglia”.

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