Nelle lacrime di Mourinho il sapore del futuro

Nelle lacrime di Mourinho il sapore del futuro© LAPRESSE
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Giancarlo Dotto

E ora? Ora viene, certamente, il difficile. Ora viene, forse, il bello. Ora, si tratta di completare e svelare al mondo l’eventuale capolavoro. La “Conference League” arriva come un fecondo “incidente”. Un acceleratore di tutto. Ma va governato. Ripartire da un sesto posto in campionato sarebbe stato più semplice. Ripartire da un trofeo europeo vinto dopo mezzo secolo significa fare i conti con ben altre attese. Sbollita l’euforia, la gente si risveglia più esigente. Minimo un posto Champions o un’altra coppa. La festa stava lì, da qualche parte, nella pancia ribollente del vulcano, dentro la roccia. Doveva solo saltare il tappo. È saltato giovedì notte e sono stati botti da orbi. Cuori infilati allo spiedo. Tonnellate di gas esplosivo e lacrime ottocentesche. Le ghiandole hanno ceduto di schianto. Giovani e vecchi inzuppati dello stesso liquido lievemente salato. Chi le ha ingoiate e chi le ha lasciate libere di scorrere. Roba che a Roma si vede solo ogni vent’anni, quando ti dice bene, ma forse questo non si era mai visto. Una partita che si gioca simultaneamente in due stadi, in presenza e in assenza, a Tirana bello e reale, all’Olimpico sublime e allucinatorio. Come una preghiera. Ora, freddate le ceneri della pazzia, si tratta di capire in che direzione va la strategia dei texani più silenziosi della storia. Il sospetto, sempre più forte, è che la Roma sia in buonissime oltre che bilionarie mani.

Dan Friedkin, uomo arguto, sa di spettacolo e sa come coinvolgere le masse. Ha capito in fretta che da queste parti lo show doveva mettere le sue radici nel cuore e nella storia di Roma e della Roma. Chiamatelo marketing, chiamatelo progetto o visione, ma immaginare di modernizzare Roma, spedirla nel futuro ancorandola al passato, è stato un colpo di genio. Rispolverare un mondo ancestrale facendone la catapulta dello sviluppo. La scelta dello staff . A cominciare dall’Ave Mou. Uno sciamano super intelligente che si nutre di masse adoranti. Al suo fianco, un direttore sportivo giovane, solido e centrato come Tiago Pinto. Dirigenti illuminati come Maurizio Lombardo. Nell’insieme, una squadra che pensa e respira all’unisono con il suo totem. Ripartiamo da Mou. Dalle sue lacrime. Aveva pianto anche all’Inter e non so se altre volte. Quelle a San Siro erano le lacrime dell’addio, viziate dal senso di colpa. Quelle alla Roma sono lacrime felicemente senili. Nella chiave di Cicerone, l’elogio della senilità. Il darsi la libertà di mostrarsi fragili e vulnerabili quando si è definitivamente forti e saggi. Ma, attenzione, a festa ancora calda, nella pancia dell’Air Albania Stadium, tra una lacrima e un sorriso, tra un ghigno e un ammiccamento, sornione e tenero, il nostro ha spedito il messaggio forte e chiaro a chi di dovere: resterò a Roma, ma voglio capire che cosa ha in testa la nostra proprietà. Messaggio non raccolto da giornalisti troppo impegnati nella retorica della celebrazione.

José da oggi è bermuda, sole e spiaggia, ma la sua testa maniaca è già nel futuro. La sua dedizione è totale. Tornerà a vivere in tuta e pantofole a Trigoria, ma sa bene che la storia ormai mitologica di Mou va alimentata. La vittoria di Tirana riporterà sullo sciamano su Setubal valanghe di attenzioni e di soldi. Mou è pronto a tapparsi le orecchie con tappi di cera, ma vuole sapere che sarà di lui e della Roma. Le parole devono diventare realtà. Lui ha fatto il suo. Nelle prossime due sessioni di mercato, si aspetta di avere la “sua” squadra per decidere se ci sarà davvero un terzo anno alla Roma e, chi sa, quanti altri. Una dozzina di brutti, sporchi e cattivi più almeno un paio di nomi per l’unica cosa vera che ti fa vincere nella vita, la differenza. Si parte da buone certezze. L’erotismo totale che fa di Mou e dei tifosi un amplesso permanente. Una formidabile barriera difensiva, l’essenziale del calcio secondo Mou. A partire dall’immane Smalling (chiamiamolo Walling o Greating), un artifi ciere capace di disinnescare tutto, mosche e draghi, senza mai fare un fallo. Accanto a lui sono cresciuti tantissimo Mancini e Ibañez, due furie in anticipo su tutto. Un portiere non da raptus estetico, ma efficace.

E quel Bryan Cristante. Poche parole e tutta sostanza. Amatissimo da chi di calcio se ne intende. L’impressionate Zalewski (vent’anni, ma la testa di uno che sa bene chi è e dove può arrivare Zalewski) e il ritrovato Spinazzola. Il sogno? Vederli giocare insieme sulla stessa fascia. Abraham, dopo nemmeno un anno, è più romanista di Giacomino Losi. Detto questo, un attaccante totale e micidiale. Pellegrini, il capitano giusto nel solco dei Giannini, dei Totti e dei De Rossi. Se lo trasmettono, anche senza dirselo, cosa vuol dire essere capitani da romani. E poi Zaniolo. Riemerso trasformato, anche fisicamente, dall’inferno. Un anno di transizione e attivi pensieri, ma il gol più impo

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