Roma, qui si misura il genio dei Friedkin

Roma, qui si misura il genio dei Friedkin© AS Roma via Getty Images
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Alessandro Barbano

C’è una parola usata e abusata di fronte ai successi delle squadre italiane in campionato (Milan) e in Coppa (Roma). Questa parola è ciclo e rimanda all’idea, o piuttosto all’aspettativa, che il successo possa essere proiettato nel tempo e ripetersi. Ciò può avvenire, ma a due condizioni. La prima è strutturale e riguarda il patrimonio sportivo su cui il successo è stato costruito. Nel caso del Milan, un gruppo di giovani talenti, pescati con lungimiranza e intuito sul mercato e portati a maturazione con un percorso formativo efficiente. Nel caso della Roma uno spirito di coesione che, grazie al carisma di un tecnico straordinario, ha esaltato e cementato le energie di uno spogliatoio discreto, e poi ha fatto crescere attorno alla squadra un consenso di massa plebiscitario. La kermesse del Circo Massimo ieri ha dato una dimostrazione plastica di quanto questo spirito sia un’energia determinante nel risultato sportivo. La Roma ha potuto fare tesoro degli errori, e ammortizzare le cadute in campionato e in Europa, senza deprimersi, perché l’affetto e il sostegno del pubblico sono stati una costante.

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La seconda condizione perché il successo diventi un ciclo è la più difficile a cogliersi. Riguarda il tempismo con cui le energie prodotte vengono reinvestite. Cosicché, come in un salto doppio, o triplo, il primo successo diventa la leva su cui spiccare un nuovo slancio. C’è un momento decisivo in cui la possibilità di replicazione del successo chiama i suoi artefici a una correzione di rotta che può intervenire solo in quel momento, o piuttosto rivelarsi tardiva e inutile. Il Milan, che porta a casa dopo undici anni lo scudetto, ha pochi mesi per presentarsi all’appuntamento con la Champions rafforzata nella continuità gestionale. Che vuol dire individuare in alcuni ruoli chiave figure compatibili con l’assetto dinamico fin qui costruito, rinunciando per esempio all’idea che il ruolo del centravanti possa essere coperto da un attempato top player sulla via del tramonto. Ibra e Giroud sono serviti in una fase gestazionale del successo, ma la loro funzione è esaurita. Adesso la maglia numero nove deve andare a un equivalente di Leao, di Theo Hernandez, di Tomori, di Tonali, di Kalulu, cioè di quei talenti naturali, ormai avvezzi alla vittoria, che insieme fanno l’identità del Milan campione d’Italia.

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Allo stesso modo il successo di Mourinho non è un traguardo statico, ma una condizione destinata a evolvere, o piuttosto a degradare. Nei prossimi quindici giorni la Roma comunicherà con le sue scelte se ha la capacità di mettere in discussione il suo assetto, azzerando le debolezze e valorizzando le risorse che ancora possono crescere. La partenza di Mkhitaryan non è di per sé un problema. Poiché in un contesto competitivo l’armeno può rappresentare, per una squadra che punti a vincere, un’alternativa o un ottimo rincalzo, non certamente un punto fermo. E tale sarà probabilmente per l’Inter. L’importante è che, se Mkhitaryan va via, arrivino sostituti in grado di ricostruire un equilibrio tattico e agonistico a un livello più alto del precedente.  

La Roma che ha vinto in Conference ha il dovere di competere per lo scudetto e di farsi valere in Europa League. Perché ciò accada, occorre coraggio e ritmo. La dirigenza giallorossa, che ha dimostrato grande intuito nella scelta di un tecnico come Mourinho, adesso deve piantare attorno a Zaniolo, Abraham, Pellegrini, Smalling, Spinazzola quei puntelli che stimolino i talenti a migliorarsi ancora all’interno di un gruppo solido. È il momento di tirar fuori il genio che, come recita una battuta che ha fatto la storia del cinema, è fantasia, intuizione, decisione, e velocità d’esecuzione. E qui si parrà… di che pasta è fatto il genio dei Friedkin.

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