Pagina 2 | Bottigliette, richieste e problemi: tutti i retroscena tra Juric e i giocatori

Rispetto per l’uomo e per come si è posto dopo De Rossi. Ma sotto il profilo tattico, con lo spogliatoio c’è stato solo distacco

Il rigetto per l'allenatore, l'enorme rispetto per l'uomo. La Roma, intesa come squadra o almeno ciò che ne resta, ha vissuto così le otto settimane scarse con Juric in panchina. In dieci mesi il gruppo che aveva conquistato la Conference League e aveva visto sfumare, per colpe non sue, l'Europa League, ha perso tutto: fiducia, gioco, risultati e credibilità. Se, però, limitandoci a questa stagione, con De Rossi c'era sintonia totale - di cui il club non ha voluto tener conto - con Juric non è stato così.

L'uomo Ivan

Lorenzo Pellegrini e compagni hanno detto pubblicamente e privatamente (a Ghisolfi e agli uomini dei Friedkin) che avevano tanta stima umana nei confronti di Ivan Juric. Il modo in cui si è approcciato dopo la batosta De Rossi, le parole confidenziali utilizzate con tutti, l'apertura agli allenamenti mattutini per permettere ai papà di stare con i figli e le prime dichiarazioni concilianti in conferenza sono stati tutti segnali che il gruppo ha recepito positivamente. Per questo, umanamente, dal blindato spogliatoio dell'Olimpico, da cui Juric è andato via appena saputo dell'esonero, ieri trapelava dispiacere sincero per una storia nata male e finita peggio.


© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Roma

L'allenatore Juric

I giocatori sanno bene, e l'Olimpico glielo ha fatto capire chiaramente, che sarà difficile riconquistare la gente. Perché, per quanto Juric sia stato fischiato, anche per loro la contestazione è stata forte e chiara. Con il tecnico il feeling non è mai scattato: il gioco a tuttocampo non piaceva, le idee del croato non erano ritenute adatte a un gruppo pensato per un'altra filosofia e spesso i calciatori hanno temuto di andare incontro a brutte figure. Le hanno fatte (ieri, in Svezia e Belgio, a Firenze) e pensavano di essere troppo a rischio: lo hanno detto a Juric che però non ha mai voluto cambiare. E, allora, sono arrivate le bacchettate pubbliche: mentre Mancini diceva che il gruppo non andava toccato per l'impegno, l'allenatore faceva riferimento a problemi di mentalità. E, ancora: mentre Pellegrini e Dybala non erano al meglio fisicamente, Juric dava fuori l'argentino e diceva apertamente di sentirsi più sicuro con Pisilli invece che con il capitano. La bottiglietta scagliata a Firenze è stato l'apice di uno scontro tattico inevitabile che ha coinvolto l'allenatore e i senatori: Hummels con il muso per le panchine, Paredes idem, Zalewski, in un periodo non brillantissimo, messo in campo quasi sempre, Angelino braccetto e N'Dicka al centro della difesa. La Roma, che già era fragile, si è riscoperta ancora più in crisi. E anche chi ha dato tutto fino all'ultimo (vedi la doppietta di El Shaarawy ieri) alla fine si è dovuto arrendere all'inevitabile. E quindi, di nuovo: il dispiacere per l'uomo, il rigetto per l'allenatore. Il terzo bruciato in appena dieci mesi da una società che fatica a trovare soluzioni. Ora si dovrà ricostruire tutto: il club, la guida tecnica e una squadra che, da settimane, non esiste più.


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L'allenatore Juric

I giocatori sanno bene, e l'Olimpico glielo ha fatto capire chiaramente, che sarà difficile riconquistare la gente. Perché, per quanto Juric sia stato fischiato, anche per loro la contestazione è stata forte e chiara. Con il tecnico il feeling non è mai scattato: il gioco a tuttocampo non piaceva, le idee del croato non erano ritenute adatte a un gruppo pensato per un'altra filosofia e spesso i calciatori hanno temuto di andare incontro a brutte figure. Le hanno fatte (ieri, in Svezia e Belgio, a Firenze) e pensavano di essere troppo a rischio: lo hanno detto a Juric che però non ha mai voluto cambiare. E, allora, sono arrivate le bacchettate pubbliche: mentre Mancini diceva che il gruppo non andava toccato per l'impegno, l'allenatore faceva riferimento a problemi di mentalità. E, ancora: mentre Pellegrini e Dybala non erano al meglio fisicamente, Juric dava fuori l'argentino e diceva apertamente di sentirsi più sicuro con Pisilli invece che con il capitano. La bottiglietta scagliata a Firenze è stato l'apice di uno scontro tattico inevitabile che ha coinvolto l'allenatore e i senatori: Hummels con il muso per le panchine, Paredes idem, Zalewski, in un periodo non brillantissimo, messo in campo quasi sempre, Angelino braccetto e N'Dicka al centro della difesa. La Roma, che già era fragile, si è riscoperta ancora più in crisi. E anche chi ha dato tutto fino all'ultimo (vedi la doppietta di El Shaarawy ieri) alla fine si è dovuto arrendere all'inevitabile. E quindi, di nuovo: il dispiacere per l'uomo, il rigetto per l'allenatore. Il terzo bruciato in appena dieci mesi da una società che fatica a trovare soluzioni. Ora si dovrà ricostruire tutto: il club, la guida tecnica e una squadra che, da settimane, non esiste più.


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