L'anatema del ds romanista: perché Gasperini ha chiesto sinergia

Dopo Ghisolfi anche Massara ha salutato prima del previsto Trigoria, dove in dieci anni si sono alternati ben otto dirigenti: tutti i dettagli
Giorgio Marota
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ROMA - Sarà pur vero che «essere in sinergia con il direttore sportivo», cioè l’augurio che Gasp si è fatto per il futuro, è difficile nei tempi in cui le società vanno alla ricerca di colpevoli da dare il pasto alle piazze e il “mors tua vita mea” orienta le scelte imprenditoriali. Però non può neanche passare inosservato il dato impressionante dei direttori sportivi sacrificati dalla Roma nell’ultimo decennio: nella Capitale, per un motivo o per un altro, cadono come foglie. L’instabilità progettuale è diventata normalità. Considerando anche i due interregni di Massara nel 2016 e nel 2019 (dopo Sabatini e dopo Monchi), soltanto Tiago Pinto ha sconfinato oltre l’anno di lavoro al Fulvio Bernardini (1.128 giorni), all’interno di un triennio comunque complicatissimo per i rapporti tesi con José Mourinho, il vincente che prima di Gasp chiedeva a gran voce - e invano - una Roma più forte per dare corpo alle ambizioni del gruppo. Lo Special One fu sedotto e poi lasciato solo, esposto ai venti.

 

 

Roma, otto ds in dieci anni: ora tocca a D'Amico

Dal 2016 al 2026 in casa Roma ci sono state otto separazioni dagli uomini che si occupano di mercato. Il nono sarà D’Amico, che freme all’idea di poter cominciare a lavorare ufficialmente. La media è quasi di uno all’anno. A proposito di Tony: ma perché ancora non arriva? L’Atalanta lo ha sollevato dall’incarico, però non lo ha ancora formalmente liberato dal contratto. Forse è solo una questione di soldi, di sicuro a Bergamo non intendono agevolare a cuor leggero una diretta concorrente come la Roma. I contratti sono pronti da giorni, però la proprietà nerazzurra, forse indispettita da come si è sviluppata la vicenda, sta tenendo la corda tirata, in attesa che Ryan Friedkin si faccia sentire per sbloccare l’impasse.

 

 

Massara e le divergenze con Gasperini

L’ultima separazione da Massara, «con cui non è mai scattato il feeling» per utilizzare le parole di Gasperini, conferma in qualsiasi caso quanto i diesse nella Capitale durino come i famosi gatti in tangenziale. Neppure l’aver centrato l’obiettivo Champions, che a Roma mancava da sette anni, ha salvato il dirigente torinese. Troppo ampie e frequenti le divergenze con il tecnico, oggi il centro di gravità dell’intero progetto. Da quando i giallorossi hanno salutato Sabatini, a ottobre del 2016, su quella scrivania si sono alternati appunto Massara, Monchi, di nuovo Massara, Petrachi (con lui è finita addirittura a carte bollate in tribunale), persino Guido Fienga (che da amministratore delegato si occupò della sessione estiva del 2020 nel momento della transizione da Pallotta a Friedkin), Pinto e Ghisolfi, lui in carica per 352 giorni prima di trasferirsi al Sunderland, protagonista di una stagione da sogno in Premier con la qualificazione in Europa League. L’ultimo Massara ha mantenuto l’incarico per 344 giorni dopo aver speso circa 90 milioni di euro in acquisti tra Wesley, El Aynaoui, Ziolkowski, Ghilardi, Bailey, Ferguson e poi a gennaio Malen, Zaragoza, Vaz e Venturino, e aver portato nelle casse giallorosse circa 65 milioni in cessioni, la più sostanziosa quella di Abraham al Besiktas. Come il predecessore non è rimasto operativo neppure per un anno intero. L’anatema dei diesse prosegue.


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