La Roma e il caso Summerville, siamo i nuovi poveri
Leggi il commento all'ultimo dietrofront di mercato che ha fatto sfumare ai giallorossi l'acquisto dell'attaccante
Il declino di un sistema economico raramente si compie in tempi brevi: la povertà si avverte solo quando le condizioni finanziarie costringono a rinunciare concretamente a consumi a cui si teneva, o a cui si era abituati. Quando quel momento arriva, di solito gli elettori cacciano i governanti. Per il calcio italiano quel momento è adesso, perché forse mai come in questa sessione di mercato il re appare improvvisamente nudo. Ai flop delle ultime settimane, giocatori corteggiati a lungo e persi all’ultimo per l’arrivo di concorrenti più facoltosi, si aggiungerà probabilmente Summerville, su cui la Roma contava finché l’Al Hilal non è atterrato con 80 milioni per il club e un contratto irrinunciabile per il giocatore. Condizioni improponibili, non solo per i giallorossi ma per chiunque. Per la Roma è la seconda beffa in pochi giorni, dopo il mancato arrivo di Greenwood, finito al Fenerbahce.
In questa nuova geografia della ricchezza calcistica c’è qualcosa che pochi anni fa era difficile prevedere. La Premier fa correre i ricavi quasi al triplo della Serie A, Liga e Bundesliga quasi al doppio; l’arrivo prepotente degli arabi si è materializzato dal 2023 mentre la bolla turca, di difficile spiegazione, lievita a una rapidità inaspettata. Da due o tre decenni la mappa del calcio europeo si è polarizzata attorno ai diritti televisivi, legati inizialmente alle dimensioni dei mercati nazionali: non a caso i Big Five sono i paesi più popolosi del continente, non necessariamente i più ricchi procapite. Chi non raggiungeva massa critica, paesi di tradizione calcistica ma troppo piccoli (Olanda, Belgio, Svezia, Austria, Portogallo, Danimarca ecc) si è specializzato nell’esportare talenti, diventando palestra per i campionati maggiori. Le rispettive nazionali ne hanno invece beneficiato. Finché l’apertura di nuovi continenti, la Champions che ha omogeneizzato il mercato europeo spostando le linee di confine dalle frontiere nazionali alla polarizzazione tra club ricchi e poveri, l’esplosione dei contenuti non televisivi, hanno sparigliato le carte. L’Italia fatica a restare sul treno ad alta velocità a cui si aggiungono nuovi vagoni da est. La Serie A è nel guado: non più abbastanza ricca da comprare chi vorrebbe, non (ancora) abbastanza povera da essere un vivaio di giovani da lanciare. Lo stato della Nazionale lo conferma, anche se i due stenti non sono necessariamente interdipendenti.
Con questa penuria relativa di risorse diventa difficile programmare, perché nessuno può affrontare una sessione contando di centrare gli obiettivi iniziali. Alla povertà si aggiunge la necessità di liberarsi delle zavorre che bloccano la capacità di spesa: la Juve con Bremer, il Milan con Leao, il Napoli con Lukaku. Ogni casa ha il suo elefante da spostare per liberare il salotto. E qui pesano gli errori del passato: Bremer fu un acquisto costoso, un rigurgito di grandeur quando la Juve non poteva già permetterselo; nell’estate 2022 il Milan rifiutò 100 milioni dal Chelsea per Leao che Maldini non voleva vendere; il Napoli sapeva che Lukaku era un acquisto impegnativo ma preferì consegnare un instant team a Conte. Scelte che forse hanno ripagato, più o meno, sul campo ma che si sono trasformate in vincoli economici insormontabili.
Non è solo questione di soldi, anche se i soldi contano ormai più di ogni discorso identitario. È il segno di un sistema che ha smesso di programmare e si limita a reagire, stagione dopo stagione, agli stessi problemi mai risolti. Finché non cambierà questo, il mercato calcistico italiano resterà un esercizio quotidiano di sopravvivenza, giocato in difesa contro avversari che fino a pochi anni fa guardavamo dall’alto in basso. E dalla povertà non si esce senza strategie concrete
In questa nuova geografia della ricchezza calcistica c’è qualcosa che pochi anni fa era difficile prevedere. La Premier fa correre i ricavi quasi al triplo della Serie A, Liga e Bundesliga quasi al doppio; l’arrivo prepotente degli arabi si è materializzato dal 2023 mentre la bolla turca, di difficile spiegazione, lievita a una rapidità inaspettata. Da due o tre decenni la mappa del calcio europeo si è polarizzata attorno ai diritti televisivi, legati inizialmente alle dimensioni dei mercati nazionali: non a caso i Big Five sono i paesi più popolosi del continente, non necessariamente i più ricchi procapite. Chi non raggiungeva massa critica, paesi di tradizione calcistica ma troppo piccoli (Olanda, Belgio, Svezia, Austria, Portogallo, Danimarca ecc) si è specializzato nell’esportare talenti, diventando palestra per i campionati maggiori. Le rispettive nazionali ne hanno invece beneficiato. Finché l’apertura di nuovi continenti, la Champions che ha omogeneizzato il mercato europeo spostando le linee di confine dalle frontiere nazionali alla polarizzazione tra club ricchi e poveri, l’esplosione dei contenuti non televisivi, hanno sparigliato le carte. L’Italia fatica a restare sul treno ad alta velocità a cui si aggiungono nuovi vagoni da est. La Serie A è nel guado: non più abbastanza ricca da comprare chi vorrebbe, non (ancora) abbastanza povera da essere un vivaio di giovani da lanciare. Lo stato della Nazionale lo conferma, anche se i due stenti non sono necessariamente interdipendenti.
Con questa penuria relativa di risorse diventa difficile programmare, perché nessuno può affrontare una sessione contando di centrare gli obiettivi iniziali. Alla povertà si aggiunge la necessità di liberarsi delle zavorre che bloccano la capacità di spesa: la Juve con Bremer, il Milan con Leao, il Napoli con Lukaku. Ogni casa ha il suo elefante da spostare per liberare il salotto. E qui pesano gli errori del passato: Bremer fu un acquisto costoso, un rigurgito di grandeur quando la Juve non poteva già permetterselo; nell’estate 2022 il Milan rifiutò 100 milioni dal Chelsea per Leao che Maldini non voleva vendere; il Napoli sapeva che Lukaku era un acquisto impegnativo ma preferì consegnare un instant team a Conte. Scelte che forse hanno ripagato, più o meno, sul campo ma che si sono trasformate in vincoli economici insormontabili.
Non è solo questione di soldi, anche se i soldi contano ormai più di ogni discorso identitario. È il segno di un sistema che ha smesso di programmare e si limita a reagire, stagione dopo stagione, agli stessi problemi mai risolti. Finché non cambierà questo, il mercato calcistico italiano resterà un esercizio quotidiano di sopravvivenza, giocato in difesa contro avversari che fino a pochi anni fa guardavamo dall’alto in basso. E dalla povertà non si esce senza strategie concrete
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