Villalobo: "Così trasformai Dybala in La Joya"

Era l’agosto del 2011 quando il cronista de La Manana de Cordoba lo soprannominò: “Quel ragazzino di 17 anni calciava di sinistro in un modo diverso da tutti gli altri”
Villalobo: "Così trasformai Dybala in La Joya"
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Massimo Basile
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NEW YORK - Il cognome si eredita, il nome è pensato, ma il soprannome, beh, quello è un attimo. Un’intuizione, e non c’è legame familiare che tenga. Se uno lo trova, quello resta per sempre. Era l’agosto del 2011 e nella terra dei narigón, petiso, flaco, chiquito, turco, gallego, burrito, si sarebbe aggiunto un soprannome che diventerà un brand: La Joya. Centro sportivo La Agustina di Cordóba, campi di calcio circondati da una piana industriale e vecchi binari del treno. «Vedevo quel ragazzino di 17 anni colpire di sinistro in quel modo, diverso da tutti gli altri. Voglio dire, il modo di portare il piede sotto il pallone, di calciare e lasciare che il gesto non finisse nel tiro. Il corpo si muoveva in modo elegante, con stile, come una danza».

Marcos J. Villalobo era cronista sportivo al diario La Mañana de Cordóba e si occupava dell’Instituto Atlético Central, la Gloria, il club del campione del mondo Mario Kempes. Il ragazzo delle giovanili si chiamava Paulo Dybala, ma che qualcuno continuava a chiamare Pablo. E poi quella y in mezzo al cognome, retaggio del nonno polacco, Boleslaw. Ma sul soprannome nessuno ha avuto mai dubbi: la Joya. Che a Cordóba pronunciano “Coja”, e a Buenos Baires, 700 chilometri più giù, “Cosscia”. Joya è il gioiello, il diamante. «Per me - ricorda Villalobo, 42 anni, autore del libro “La Joya”, uscito nel 2017 per librofutbol.com - era un gioiello per come giocava, mi venne in mente quella parola. E mi dissi: «sì, lo chiamerò in quel modo, perché lo rappresenta». Il 12 agosto del 2011, un venerdì, Dybala aveva debuttato contro l’Huracán, vittoria 2-0 nella prima giornata del campionato Nacional B. La settimana dopo avrebbe giocato in trasferta contro l’Aldosivi. Strana coincidenza. Il soprannome Joya nacque nella partita di una squadra chiamata Aldosivi, che sembra invece il nome di un compagno di scopone e cynar in un bar di Mar del Plata. Aldosivi è l’acronimo dei nomi dei fondatori del club nato nel 1913: Allard, Doulfus, Sillard e Wiriott. Solo che la W di Wiriott divenne “v” perché il telegrafo da cui dare l’annuncio non aveva la doppia v all’inglese. L’Aldosivi è di Mar del Plata, chiamata la Ciudad Feliz, e a Mar del Plata, il 20 agosto 2011, Dybala fu felice. Segnò il suo primo gol tra i professionisti: di testa, sbucando da dietro i difensori, in mezzo all’area. Pallone all’angolino, palo, e rete del 2-1. Paulo esultò e indicò il cielo, omaggio al padre scomparso, Adolfo, che lo aveva accompagnato per anni agli allenamenti, da Laguna Larga a Cordóba, tutti i giorni, 120 chilometri tra andata e ritorno. «Il mercoledì successivo scrissi un articolo per celebrare Paulo - racconta Villalobo - scoprii che aveva dietro una fila di procuratori che volevano convincerlo a firmare per loro». Decise di parlarne con Dybala. «Lo contattai su Facebook - racconta - mi feci spiegare la storia. In pratica aveva giocato le prime due partite senza avere un contratto. Gli scrissi sulla chat che lo avrei chiamato “La joya”. Il titolo sarebbe stato “La joya que tienta”, il gioiello che ti tenta, perché tutti lo volevano: La sua risposta fu: uh, che bel titolo, sìsìsì». L’articolo apriva la pagina 5 del supplemento. Poi ne arrivò un altro: “Los Maestros de la Joya”, dedicato a coloro che lo avevano ispirato. Ai tifosi il soprannome piacque, divenne virale sui social. Cominciarono a usarlo tutti. Joya suonava come un destino. Ci vuole fortuna anche lì. Sergio Agüero era il Kun per via del personaggio dei manga a cui assomigliava, ma cosa diceva del suo modo di giocare? Niente. Esteban Cambiasso era il Cuchu, dal nome del personaggio televisivo Cuchuflito. Indizi? Zero. Carlos Rodrigo Núnez era chiamato Discoteca per le sue notti bianche, e Ernesto Farías, dell’Estudiantes, Tecla, il tasto nero del pianoforte, per via del dente nero che aveva da ragazzino. Joya, invece, è un affresco, che Dybala si è meritato.

Le partite successive confermarono che si trattava di un diamante. Da lì a poco arrivò l’Italia. Nel 2012 il passaggio al Palermo, nel 2015 l’approdo alla Juve. «Nel maggio 2016 - racconta Villalobo - lo intervistai per El Gráfico. Mi disse subito: hai visto, tutti mi chiamano la Joya. A Palermo meno, ma qui alla Juve tutti. Leonardo Bonucci ogni volta andiamo in campo si avvicina e dice: forza Joya, dobbiamo vincere». Adesso lo chiamano così a Roma. «Lo hanno ricevuto come un fuoriclasse - commenta Villalobo - era ciò di cui aveva bisogno, sentirsi amato. Qui a Cordoba eravamo tutti per la Juventus, ma solo perché era lui. La Juve non è molto amata, perché era la rivale del Napoli di Diego Armando Maradona. Ora siamo tutti per la Roma». Dybala resta la Joya, Villalobo il suo mentore. Manca il pezzo originale. «Purtroppo - racconta - il quotidiano ha chiuso e l’archivio è andato perso. Ho solo una foto del titolo». Villalobo non ha mai pensato di farne un quadro, e forse solo ora che glielo diciamo si rende conto di aver perso un’occasione. E’ il sogno di ogni giornalista sportivo inventare un soprannome che diventa eterno. Ma la paternità resta. Jorge Luis Borges diceva che qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consiste in realtà di un solo momento: quello in cui un uomo sa sempre chi è. Dybala sa di essere per tutti la “Joya”. E Villalobo sa di essere stato il primo a chiamarlo così.

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