Verona, a Baroni l’Acrobata d’oro

Leggi il commento sull’allenatore che ha centrato la salvezza alla guida dell’Hellas
Verona, a Baroni l’Acrobata d’oro© LAPRESSE
Cristiano Gatti
4 min

Forza, giriamola a Marco Baroni la leggenda dei Carletti e dei Pep, spieghiamogli quanto può essere dura la vita di un allenatore costretto ogni volta a scegliere tra due soli obiettivi, vincere o vincere. Dato il tipo umano, sarebbe sicuramente il primo ad ammetterlo, perché esprime sempre la pacatezza prodiana ascendente francescana che gli impedisce di stracciarsi cravatte firmate anche nelle situazioni più cariche. Eppure. Eppure, se non lo dice lui, bisognerà che troviamo il tempo e il modo di dirlo noi, dal di fuori, prendendoci un time-out tra il genio finanziario di Zhang e il genio erotico dello spogliarellista Allegri. Non c’è discussione: se proprio le giurie della Panchina d’oro, del Seminatore d’oro, del Che so io d’oro hanno altri progetti, propongo di istituire per Baroni almeno il trofeo dell’Acrobata d’oro, qualcosa di simile, perché salvare il Verona quest’anno, senza se e senza ma, resta a pieno titolo il più grande capolavoro di equilibrismo acrobatico, altro che camminare sul filo da una parte all’altra del canyon. 

Baroni, che salvezza a Verona

La motivazione del premio sta nella storia vagamente dickensiana che tutti conoscono: girone d’andata a 14 miserabili punti, salvo poi capire che c’è sempre di peggio, il sequestro delle azioni alla proprietà. Il diesse Sogliano procede forzatamente col bisturi. Amputazioni da tutte le parti, 15 le cessioni, primi i pezzi pregiati: Ngonge, Faraoni, Hien, Doig, Djuric e altri ancora. Non è un mercato di riparazione: è una demolizione. Per non schierare i magazzinieri, l’esodo viene compensato con 10 arrivi, espressione massima di quello che oggigiorno viene elegantemente definito mercato creativo, per non chiamarlo col suo nome, pane e cipolle. Questa la cornice di un affresco cui tutti danno lo stesso titolo: ciao Verona. Lo stesso Baroni, si racconta in giro, resta al suo posto solo perché deve tenere le mani sul volante mentre la macchina va alla rottamazione. Invece certe storie sanno essere più belle e più forti delle trame scontate. Baroni ci mette la faccia e pure il cuore, carica il suo branco di sbrindellati e nel giro di pochi mesi lo trasforma in una vera squadra. E arriva alla salvezza. Certo non è niente di paragonabile ai trionfi stellari dei Carletti e dei Pep, altre galassie, ma ha ugualmente i connotati dello sbalorditivo. Baroni aveva cominciato ad allenare la Rondinella nel 2000, da allora ha provato 18 panchine, un’interminabile nomadismo senza mai un colpo d’ala nel grande club. Dicono gli stoici: gli dei riservano le prove più estreme ai propri diletti, perché dimostrino la loro grandezza. È mancato solo che gli stringessero gli alluci nella morsa, per il resto Baroni ha superato tutte le prove. Anche questo è Made in Italy, visto e rivisto in tanti cataclismi: salvare il salvabile, a mani nude, con la sola forza della disperazione. 


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