Vigorito, il Benevento e la crisi del calcio: "Così si muore, i costi sono ormai insostenibili"

Il presidente del club campano a tutto tondo dopo la promozione in B: "Il ritorno in Serie A? Confermo il mio impegno..."
Tullio Calzone

Pubblicato il 30.04.2026, 11:53 (Aggiornato il 30.04.2026, 12:15)

Presidente Vigorito, il suo Benevento è tornato vincente: 20 anni da dirigente, oltre che da imprenditore, spesi bene nel Sannio?
"Diciamo che abbiamo vinto un campionato ogni 4 anni. Con retrocessioni, certo, ma anche 5 tornei conquistati, diversi playoff disputati e uno scudetto con la Berretti guidata da mio fratello Ciro. Risultati eccellenti". 
 
Eravamo rimasti alle regole indispensabili per non far morire il nostro calcio. Siamo all’ora o mai più? 
"Io credo che la terza esclusione di fila dai Mondiali dovrebbe obbligarci a rivedere il sistema, magari guardando a chi ha rifondato il proprio movimento dopo crisi analoghe trasformate in opportunità. Ognuno dovrà fare la sua parte. Il tempo delle contrapposizioni è finito. Servono altre logiche e, soprattutto, coesione". 
 
Se lei venisse dotato di poteri straordinari, quali sarebbero le prime tre cose che cambierebbe del calcio? 
"Favorirei maggiore attenzione per le serie inferiori, in particolare per Dilettanti e C, che sono l’asilo e le scuole elementari del nostro calcio. Poi farei una diversa ripartizione del potere delle leghe. Noi andiamo a votare con i Dilettanti e la Lega Pro che hanno una grande forza per l’elezione della governance federale, ma poi le società di queste categorie hanno difficoltà economiche quasi impossibili da sostenere. Infine, normerei diversamente l’attività dei procuratori, che drenano risorse senza alcun beneficio per il movimento". 
 
La nostra incapacità di innovare e leggere i tempi è diventata strutturale? 
"Se ci sono nazioni che, facendo riforme profonde e distribuendo meglio le risorse generate dal sistema, ma anche valorizzando i talenti indigeni, sono riuscite a rinascere, possiamo farlo anche noi. Le nostre regole d’ingaggio sono vecchie e non funzionano più". 

 

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Riforme a tutti i costi? 
"In realtà ciò che meraviglia è che sono venute meno le proposte di riforma: abbiamo rinunciato a farle. La Legge Melandri ha quasi 20 anni e, nel frattempo, sono arrivati i diritti tv, ondate di atleti stranieri, fondi d’investimento con risorse da Stati sovrani. Abbiamo bisogno di un testo unico del calcio italiano che non c’è e, purtroppo, nessuno ne avverte la mancanza".  
 
Come di nuovi stadi...  
"Rifarne uno è complicatissimo. Infatti non ci riesce quasi nessuno. Ma questo sembra non interessare più. Il nostro calcio è un fiume che scorre lento e il cui alveo nessuno manutiene più: gli argini sono pieni di detriti che hanno intasato un corso d’acqua sempre più flebile". 
 
L’Assemblea elettiva ripropone vecchi schemi e contrapposizioni. Qual è la strada per uscirne? 
"Io credo che bisognerebbe procedere attraverso primarie. Lei davvero crede che Malagò o Abete, entrambi miei amici e persone che stimo, che tanto hanno dato allo sport italiano, bastino da soli a cambiare lo stato delle cose? Servirebbero nuovi dirigenti, di cui non c’è traccia all’orizzonte. Bisogna garantire una governance più moderna e con visioni diverse rispetto al passato. Ma non mi sembra di vederne. Sono stato vicepresidente di Lega B con Mauro Balata: abbiamo incontrato tante volte Gabriele Gravina, parlato di riforme indispensabili, avanzato proposte concrete. Ma nel famoso fiume i tronchi galleggianti continuano a urtare uno contro l’altro. E restano lì". Da dove partire presidente Vigorito? "Bisogna creare mission specifiche per le leghe. Abbiamo normato tante cose, ma nel calcio ognuno cura solo i fatti propri. E i danni, alla fine, continueranno a riguardare inevitabilmente tutti". 
 
Grandi contro piccole e l’atavico dilemma di risorse sempre più esigue e da ripartire meglio. Ma è solo una questione di soldi o anche di idee e di persone giuste al posto giusto? 
"È una questione di persone giuste e di soldi. La verità la raccontano i fatti. Chi viene promosso in A quasi sempre retrocede. Perché non c’è equilibrio né sostenibilità. E irisultati non sono più contendibili. Speriamo che le componenti riescano a eleggere un presidente che costruisca un percorso di rinnovamento profondo". 
 
Come si fa a tenere tutto insieme tra interessi così contrastanti? 
"Bisogna promuovere lo sviluppo di una coscienza collettiva liberata da egoismi. Serve un’idea di bene comune. Creare un sistema di affluenti che portano allo stesso mare". 

 

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