Pablo Marí, c'è anche uno spagnolo nel Flamengo dei record
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Pablo Marí, c'è anche uno spagnolo nel Flamengo dei record

E’ un difensore centrale, ha 26 anni, è arrivato in estate dalla squadra B del Manchester City e lo ha scelto Jorge Jesus, il tecnico portoghese che ha trasformato in pochi mesi il club di Rio: dalla rinascita dell’ex interista Gabigol (19 reti) alle buone prestazioni dell’ex romanista Gerson, dal primo posto nel Brasileirão (con dieci punti di vantaggio sul Palmeiras) alle tredici vittorie centrate nelle ultime quattordici partite per un titolo che manca dal 2009 (dai tempi di Adriano), dalla finale conquistata in Coppa Libertadores alla sfida con il River Plate, dal baby Lincoln al nuovo gioiello Reinier, 17 anni, trequartista, blindato con una clausola da 70 milioni

ROMA - Non hanno bisogno di un computer e di internet: i tifosi del Flamengo ricordano a memoria quella formazione come le fermate dell'autobus per arrivare al Maracanà. Il portiere era Bruno. Sulla fascia destra, nel ruolo di terzino, giocava Leo Moura. I due centrali erano Alvaro e Ronaldo Angelim. A sinistra si muoveva Juan. I mediani Toró e Kleberson, che si alternavano con Airton e il cileno Maldonado, garantivano equilibrio, protezione, geometrie. E poi la fantasia di Petkovic e Zé Roberto, ma anche gli strappi e il lavoro sporco della mezzala Willians per favorire Adriano, “o emperador”, diciannove gol e sette assist, capocannoniere con Diego Tardelli (Atletico Mineiro) nel “Brasileirão” del 2009. Una stagione da cerchio rosso: quinto e ultimo titolo vinto dal Flamengo, da quella squadra affascinante e impetuosa, estremista e armoniosa, durata il tempo di pochi mesi, condita anche di storie dannate e maledette come quella di Bruno, arrestato nel 2010 e condannato a venti anni di carcere per essere stato il mandante dell’omicidio della fidanzata incinta Eliza Samudio, uccisa da un amico del portiere e gettata in un giardino con i rottweiler.

COUTINHO E ANDRADE - Un Flamengo che si porta dietro ricordi, dolori e cicatrici di quel campionato vinto con 67 punti e due di vantaggio sull’Internacional di Porto Alegre e il San Paolo. Migliore attacco con 69 gol in 38 partite. Il presidente era Marcio Braga, l’allenatore era Andrade, ex centrocampista nel Flamengo di Zico e Leo Junior e nella Roma di Renato Portaluppi e Nils Liedholm. Andrade subentrò a Cuca e trovò subito la formula giusta (4-2-3-1) per risvegliare un gruppo ricco di talento, ma anche anarchico, che si specchiava troppo spesso nei suoi eccessi, sperperando un enorme capitale tecnico. Andrade, da allenatore, ha conquistato in carriera solo quel titolo che resta ancora oggi un riferimento per i tifosi del Flamengo: è stato uno dei cinque “entrenadores” in grado di portare lo “scudetto” al Maracanà. Il primo era stato Claudio Coutinho nel 1980, seguito da Paulo Cesar Carpegiani (1982), Carlos Alberto Torres (1983) e Carlinhos (1992), fino alla festa del 2009.

IL TWEET - L’imperatore Adriano, invece, ha staccato la spina nel 2010, provando ogni tanto a riproporsi per poche settimane in giro per il mondo, tra serate sbagliate e depressione, fughe e contratti strappati, e ora che ha 37 anni continua a godersi la vita come una vacanza, grattando i guadagni del passato. Di sicuro, però, rimane un tifoso del Flamengo. E qualche giorno fa, con un tweet, ha tirato la volata al Flamengo, in testa alla classifica del “Brasileirão”, a undici giornate dalla finale: 64 punti, tredici vittorie e un pareggio nelle ultime quattordici partite, +10 sui campioni in carica del Palmeiras. “Che Dio continui a benedirti”, ha scritto Adriano su Twitter riferendosi a Gabriel Barbosa, chiamato da tutti Gabigol, ventitré anni, diciannove reti e quattro assist in venti gare, arrivato in prestito dall’Inter, che lo aveva pagato quasi 40 milioni (comprese le commissioni) nel 2016 dal Santos, bocciandolo però dopo appena 183 minuti. Gabigol è il capocannoniere del campionato e sta trascinando la squadra verso il titolo, giocando in tandem con Bruno Henrique, a segno dodici volte.

IL TECNICO PORTOGHESE - Una fuga da sogno, quella del Flamengo, che ha scelto in Europa l’allenatore del grande riscatto: è Jorge Jesus, portoghese, 65 anni, ex Benfica e Sporting Lisbona, una media di 2,39 punti a partita, ingaggiato il primo giugno al posto di Abel Braga. Ha trasformato il club di Rio con il 4-2-1-3. Largo alla fantasia con Everton Ribeiro trequartista e con due ali come Bruno Henrique e Vitinho, alle spalle di Gabigol, ma anche con l’ex romanista Gerson nel ruolo di mezzala. Un mix di talento, spensieratezza ed esperienza, grazie a Filipe Luis (ex Atletico Madrid sulla fascia sinistra) e alle parate di Diego Alves (ex Valencia), ma anche alla regia difensiva di Rodrigo Caio (trattato in passato dalla Lazio, dalla Roma e dal Milan) e alla prosperità di un vivaio che - dopo aver prodotto plusvalenze con Vinicius Junior al Real Madrid e con Paquetà al Milan - continua a regalare tesori, dal centravanti Lincoln (2000) alla mezzapunta Reinier, diciassette anni, stella del Brasile Under 17, già corteggiato dai club stranieri (il Real vanta un diritto di prelazione) e dagli sponsor. Reinier è un numero dieci che può svolgere anche compiti da mezzala. Viene considerato il potenziale erede di Kakà: dribbling, scatto, agilità, progressione. “Kakà è stato il mio idolo quando ero bambino, lo seguivo nel Milan e nel Real Madrid, ora apprezzo Paquetà e il mio papà mi fa vedere i video di Zidane”. E’ nato a Brasilia il 19 gennaio del 2002, è alto un metro e 84, tre gol e due assist in sette partite di campionato. Jorge Jesus lo ha lanciato senza farsi frenare dall’età di Reinier, a segno due volte (contro l’Atletico Mineiro e il Fortaleza) nelle ultime quattro giornate, mentre la prima perla l’aveva firmata nella sfida con l’Avaí. Il Flamengo lo ha blindato con una clausola da 70 milioni di euro.

LOW COST - Non solo il Brasileirão, però. Il Flamengo si è appena qualificato per la finale di Coppa Libertadores. Il 23 novembre, a Santiago, affronterà il River Plate, che ha conquistato il trofeo per due volte nelle ultime quattro edizioni. Il suo unico trionfo nella Champions League del Sudamerica risale al 1981, quando superò per 2-0 i cileni del Cobreloa con una doppietta di Zico. L’allenatore era Paulo Cesar Carpegiani. Era anche la squadra di Junior e Leandro, Mozer e Adilio, Tita e Nunes, Andrade e Marinho. Un rilancio in grande stile costruito attraverso il settore giovanile e qualche idea low cost sul mercato, come quella di ingaggiare dal Manchester City B il difensore spagnolo Pablo Marí, 26 anni, centrale, diventato il gemello ideale accanto Rodrigo Caio. Mancino, attento in marcatura, perfetto per una difesa schierata con una linea a quattro, ordinato in fase di costruzione: è cresciuto nel Maiorca, è nato ad Almussafes il 31 agosto del 1993, è alto un metro e 95, è sposato con Veronica Chavon e ha un figlio di quasi due anni (Pablo Marí Villar junior) . Il nome lo ha suggerito Jorge Jesus. Pablo Marí è sbarcato a Rio all’inizio di luglio, è costato un milione e settecentomila euro, ha firmato un contratto fino al 2022, è diventato subito titolare: sedici presenze e due gol (al Ceará e all’Avaí) in campionato, cinque partite e un gol (con un colpo di testa) nella semifinale di ritorno con il Gremio (5-0) in Coppa Libertadores. Il Manchester City lo aveva scoperto nel Gimnastic di Tarragona, club catalano. Ma l’ha sempre ceduto in prestito: Girona, Breda e Deportivo La Coruña. Jorge Jesus lo ha fatto salire su un aereo per Rio de Janeiro: una telefonata che gli ha cambiato la vita.

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